Ateneo Musica Basilicata
XXXIX Stagione Concertistica
Presenta
Mezzo Secolo D’Europa
MAURIZIO CASAGRANDE
Orchestra Sinfonica 131 della Basilicata
Direttore: LUCA GAETA
Teatro Stabile di Potenza
Domenica 25 gennaio
info e biglietti: Potenza, Teatro Stabile Domenica 25 gennaio ore 19.00
Ateneo Musica Basilicata Tel. 0971 / 23024 0971 / 194 7687
+ 39 379 2308232 info@ateneomusicabasilicata.it eventi.ateneomusicabasilicata@gmail.com
Mezzo secolo d’Europa in musica e parole
Domenica 25 gennaio alle ore 19, sul palcoscenico del Teatro Stabile di Potenza la rappresentazione dello spettacolo ideato e diretto dal Maestro Luca Gaeta, alla testa dell’ Orchestra 131 della Basilicata. Il soprano Adriana Sansonne, il tenore Giovanni Formisano e il baritono Saverio Sangiacomo, unitamente all’attore Maurizio Casagrande condurranno la platea in questo viaggio tra canzoni, operetta, varietà e romanze da camera
Un’incursione in uno dei più feraci periodi per la musica, ovvero quello che dalla Belle ‘Epoque, ci conduce nel secondo dopoguerra, avverrà domenica 25 gennaio, alle ore 19, sul palcoscenico del Teatro Stabile di Potenza, che ospita la XXXIX stagione concertistica, realizzata dall’ Ateneo Musica della Basilicata. Lo spettacolo “Mezzo Secolo d’Europa” ripercorre, infatti, attraverso testi e musica, gli eventi ed i costumi che hanno caratterizzato i primi cinquant’anni nel ‘900. Il Maestro Luca Gaeta, il quale ha realizzato questo importante progetto, curandone testo e arrangiamenti, sarà alla testa Orchestra Sinfonica 131 della Basilicata, che ospita le voci di del soprano Adriana Sansonne, il tenore Giovanni Formisano e il baritono Saverio Sangiacomo, unitamente all’attore Maurizio Casagrande, brillante special guest che avrà il ruolo di narratore. Il programma sarà allo stesso tempo leggero e complesso, poiché attraverso il retaggio dell’opera lirica, ci condurrà nel mondo delle canzoni, del varietà, nonché delle romanze da camera. E’ l’operetta la regina di questo periodo. “L’operetta – affermava il compianto Sandro Massimini, uno dei massimi interpreti di questo genere – è uno dei filoni di spettacolo più svillaneggiato in Italia. Si è perduta tutta una tradizione grazie a scelte culturali, se così si può dire, diminutive. Si è creduto che l’operetta sia avanspettacolo, e allora via con le battute aggiornate, coi doppi sensi, con le mediocrità. Invece, l’operetta è musica, è storia. E come tale bisogna rispettarla”. L’operetta ha visto nascere i suoi capolavori sulle rive del Danubio, come uno dei momenti della Belle époque. Il suo padrino è stato il valzer, la sua madrina l’eleganza e la sofisticata avventura sentimentale. E’ stata una forma di spettacolo compiutamente borghese, con le sue evasioni nel bel mondo, con i suoi principi fasulli e le sue belle dame oneste e avventurose. Il valzer, col suo girare in tondo, con le sue ebbrezze veloci, con il suo magico distendersi nella felicità più immediata, rappresentava lo scintillio di un momento di magia, di abiti svolazzanti e di divise che non avevano più nulla di marziale. Nelle feste mascherate dell’Impero in decadenza, i violini evocavano i bei caffè di Vienna e Budapest, i saloni dei nobili, e perfino i sogni delle sartine. In mancanza di un turismo organizzato ecco le puntate nell’esotico, fra paesi fantastici di ipotetiche Balcanie e crociere mentali in Orienti da cartolina. Un po’ di tenerezza e un po’ d’amore , da contrapporre agli eroi wagneriani con lance e scudi e al Risorgimento verdiano. Non più Nabucchi e Sigfridi, ma vedove allegre e dall’ago al milione, simbolo dello spirito borghese ispirato al dio danaro, anche in amore. L’aria di Parigi, coi suoi sapori un po’ vietati, col suo Chez Maxim’s, era come un profumo sopraffino, e l’operetta viennese non poteva farne a meno. Quando, lasciato alle spalle l’Ottocento, il genere scivolò nella più modesta piccolo borghese, fu soprattutto Franz Lehar a prenderne su di sé l’eredità. Le melodie divennero più facili, più bonarie, i dialoghi meno “letterati”: alla brillantezza si sostituì un pizzico di malinconia, con qualche dose di folklore tzigano. Ed ecco la nostra “Vedova Allegra”, capolavoro del genere, ancora sulla scia del valzer. Esempio di una piccola cultura danubiana, la “vedova” suggerisce una delle ultime avventure mondane, in un mondo di ambasciatori, contesse, gigolò, viveurs squattrinati e alcove proibite. Un mondo dove la pochade si unisce alla commedia di sentimenti e dove ci si può ancora commuovere. Elementi basilari per la riuscita di questa operetta sono cantanti di buona qualità e dal fisico credibile, oltre che fini attori per realizzare uno spettacolo con scene e costumi alla pari col lusso del tempo, il suo periodo di maggior successo, grazie ad autori come Franz Lehar, Virginio Ranzato, Carlo Lombardo, per citare i più conosciuti, “Die Lustige witwe”, “Cin Ci La”. Riflettori accesi sulla guerra: Napoli ne ha “passate” due di “nottate”, accomunate da un’unica canzone “’O surdato ‘nnammurato” evocato a fil di voce come Anna Magnani in “La sciantosa”. La grande emigrazione è interamente racchiusa in una dedica struggente, Santa Lucia luntana, senza dubbio la più bella canzone di E. A. Mario, che esprime la nostalgia dell’emigrante con accenti sinceri che sanno esprimere una sofferenza viva, ma anche una luce di speranza. Un viaggio simbolo di un filone inesauribile di fantasia e ricchezza poetica da cui nasce e di cui si nutre la creatività di un intero popolo che sa ricordare, raccontare, ascoltare e tramandare, i mille volti e dalle mille contraddizioni, diviso fra l’estrema vitalità e lo smarrimento più profondo, una città di cui la lingua è il più antico segno, forgiato dal tempo e dalle contaminazioni, una identità sedimentata da sedimentata da quattro secoli di letteratura. A dover scegliere una colonna sonora per il secondo dopoguerra in Italia e al Sud non potrà non essere che il jazz, il miglior interprete, insieme ai suoi strumenti del “cambiamento”.
Il M° Luca Gaeta non ha inteso affidarsi allo swing, sbarcato nel golfo di Salerno nella notte dell’8 settembre del 1943, a quel Glenn Miller, musicista simbolo dello sbarco quanto il boogie, con il celebrato In The Mood, divenuto un vero e proprio inno della libertà nel mondo, colonna sonora della fine della guerra e di un’epoca, e simbolo dell’inizio di un’altra era, quella della libertà, per essere più esatti, il sogno, l’illusione della libertà, un sogno, che permise alla muscolatura Italia di ricostruire le proprie macerie, ma quella sintesi di due mondi che è la Rhapsody in blue di George Gershwin. E’ questa una pagina straordinariamente popolare in cui Gershwin impiega uno stile nel quale rientrano spesso formule melodiche tipiche della tradizione folk nord-americana, che è un autentico crogiuolo di culture. Una perfetta sintesi delle intenzioni, dei concetti e dei sentimenti che stanno all’ origine della composizione, di cui ascolteremo un medley arrangiato dallo stesso Luca Gaeta, è stata suggerita dallo stesso autore: “Non trovai nuovi temi ma elaborai il materiale tematico già esistente nella mia mente e tentai di concepire una composizione integrale. L’ho costruita come una specie di caleidoscopio musicale dell’ America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana”. Si passerà poi a quel lucernario dell’infinito, nato proprio in quegli anni, il cinema, quindi verrà evocato Charlie Chaplin, con Eternamente, l’immortale valzer lento di Limelight, tra l’altro composto da lui stesso, e le dive dei telefoni bianchi e del grande varietà, la Wandissima, Wanda Osiris e le sue rose, con “Sentimental”, “Ma l'amore no” un brano datato 1942, scritto da Giovanni D'Anzi e Michele Galdieri, ancora Voglio vivere così una canzone popolare composta nel 1941 da Giovanni D'Anzi e Tito Manlio e interpretata da Ferruccio Tagliavini nell'omonimo film di Mario Mattoli. Uno spettacolo che racconta la nostra storia, quella dell’evoluzione musicale e dello spettacolo che ha accompagnato il vecchio continente dalla belle époque, alla tragedia delle due guerre mondiali, fino alla rinascita.
COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA


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