mercoledì 14 dicembre 2022

Alla Certosa e Museo di San Martino tre mostre in occasione delle festività natalizie

Maria Lai, Un Filo nella Notte

16 dicembre 2022 > 19 marzo 2023


Napoli ‘fin de siécle’. Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito

17 dicembre 2022 > 19 marzo 2023


Ferruccio Orioli, De Vesevi rebus

18 dicembre 2022 > 19 marzo 2023


In occasione delle festività natalizie, la Direzione Regionale Musei Campania presenta tre nuovi progetti espositivi che, a partire dal prossimo fine settimana, amplieranno il percorso di visita alla Certosa e Museo di San Martino per tutto il periodo delle feste e fino ai primi mesi del nuovo anno.

Un’occasione per offrire nuovi itinerari culturali e percorsi tematici, dedicati all’arte contemporanea e alla fotografia storica della città, che si connettono con le collezioni e con il patrimonio storico del complesso museale di San Martino - da quella presepiale al prezioso Archivio fotografico del Museo – fino a dialogare con il paesaggio urbano e naturale, di cui la celebre Certosa è al tempo stesso spettatrice e protagonista.

Il primo appuntamento in programma è venerdì 16 dicembre 2022 alle ore 18.00, con l’inaugurazione della mostra di presepi di Maria Lai “Un Filo nella Notte”. Allestita nella Sala della meridiana, proprio in prossimità della nota e amata sezione presepiale, che raccoglie i tesori della tradizione napoletana, la piccola preziosa mostra, in collaborazione con l’Archivio e Fondazione Maria Lai, è dedicata ai suggestivi presepi d’artista di Maria Lai (Ulassai 1919 - Cardedu 2013), una delle più importanti artiste italiane del secondo Novecento. L’esposizione sarà visitabile fino al 19 marzo 2023.

A partire da sabato 17 – inaugurazione alle ore 18.00 – sarà possibile riscoprire la Napoli di fine Ottocento nella mostra fotografica “Napoli ‘fin de siécle’. Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito”, che raccoglie ed espone in tre sezioni tematiche le opere di Pasquale e Achille Esposito, protagonisti, alla fine dell’Ottocento, di un’importante stagione della grande tradizione della fotografia napoletana grazie alla produzione del proprio atelier fotografico commerciale. Allestita nella Sala della Spezieria, l’esposizione sarà visitabile fino al 19 marzo 2023.

Domenica 18 alle ore 11.00, sarà poi la volta di “De Vesevi rebus”, di Ferruccio Orioli, che, nella Sezione del Museo dell’Opera della Certosa, accompagnerà i visitatori in un percorso insolito e visionario intorno al Vesuvio, fino al 19 marzo 2023. Esposte in uno dei punti più panoramici del complesso certosino, le opere di Orioli stabiliscono uno stretto dialogo visivo e geografico con la scenografica veduta del Vesuvio che si ammira dal belvedere del Quartino del Vicario, attraverso un racconto che aspira a mettere insieme il passato, il presente e il futuro.

In occasione delle due inaugurazioni serali, venerdì 16 e sabato 17 dicembre, la Certosa e Museo di San Martino prolungherà l’orario di apertura dalle 17.00 alle 20.00, con ultimo ingresso in biglietteria alle ore 19.00.




Maria Lai, “Un Filo nella Notte”

a cura di Marta Ragozzino

In occasione delle festività natalizie, la Direzione regionale Musei della Campania, in collaborazione con l’Archivio e Fondazione Maria Lai, propone, negli splendidi spazi del Museo e Certosa di San Martino, proprio in prossimità della nota ed amata sezione presepiale, che raccoglie i tesori della tradizione napoletana, una piccola preziosa mostra dedicata ai suggestivi presepi di Maria Lai (Ulassai 1919-Cardedu 2013), una delle più importanti artiste italiane del secondo Novecento, alla quale la città partenopea non ha mai dedicato un’esposizione personale.

Curata da Marta Ragozzino, la mostra racchiude, in uno speciale e dedicato spazio avvolgente, una pausa silenziosa nel percorso di visita del Museo, che proprio a Natale attira visitatori e appassionati dell’arte presepiale, alcuni tra i più rappresentativi ed originali presepi d’artista realizzati da Maria Lai nel corso della sua lunga e intensa attività, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, quando l’artista diede forma alle prime composizioni dedicate alla Natività in juta e terracotta.

Da allora il presepe, nelle sue diverse declinazioni, sempre caratterizzate da un’incantevole essenzialità e da una profonda, quasi spirituale, riflessione sul vuoto e sull’assenza, che restituisce, nel lessico scelto da Lai, il mistero del sacro, è stato uno dei temi centrali della ricerca dell’artista sarda, che da giovane fu allieva di Arturo Martini.

Fondamentale nella declinazione del tema, l’utilizzo dei materiali semplici, poveri, talvolta tratti dalla vita quotidiana, come sempre nella poetica di Lai, come la juta o la terracotta dei primi presepi, ma anche i sassi, il legno, il pane, sui quali, nel tempo, l’artista interviene, componendo e scomponendo anche taluni presepi già creati, e recuperandone le figure in nuove, e spesso ancor più essenziali, composizioni. Materiali sempre cuciti, o tessuti, o comunque connessi, perché l’arte è connessione e raccordo, l’arte attiva dialogo, permette di entrare in relazione. L’arte, per Lai, non è nell’oggetto, nella fisicità dell’opera, o dei personaggi del presepe, che spesso rappresenta un cammino, un percorso di avvicinamento, bensì è nell’altrove, nella realtà che sta dietro all’apparenza, nel vuoto che trascende la dimensione fisica.

Con personaggi essenziali, spesso ricondotti a figure quasi geometriche, fuori da grotte o capanne, sempre sotto la volta del cielo stellato, attratti e orientati da un filo nella notte, che è quello della stella cometa (che diventa una spiga di grano), i presepi di Maria Lai, e i libri delle profezie, cuciti, legati e intessuti di fili, o la “calligrafia” dei 2000 Natali di guerra, che ci richiama all’oggi, riportano il sacro nella vita di ciascuno di noi. Per l’artista, infatti, l’arte è assimilata alla vita, ne incarna fragilità e potenzialità e allo stesso tempo connette razionale e irrazionale, visibile e invisibile, comprensibile e misterioso. Come il Presepe. Che è teatro, messa in scena e clamore ma allo stesso tempo mistero, rarefazione e silenzio.

La mostra si inserisce a pieno titolo nella programmazione del Museo di San Martino, sito molto visitato e ricercato nei mesi invernali proprio per la presenza della sezione presepiale, nell’ambito della quale trovano speciale cornice le opere semplici e intensissime dell’artista sarda, capaci di evocare e attualizzare, nel dialogo con gli ornatissimi elementi del presepe tradizionale napoletano, il mistero della nascita e il bisogno di spiritualità ma anche di pace e libertà del nostro tempo inquieto.

Maria Lai è nata nel 1919 a Ulassai. Fin da bambina mostra uno spiccato talento artistico e ha l’opportunità, seppure fortuita, di avere contatti con il mondo dell’arte (posa per Francesco Ciusa per un ritratto della sorellina scomparsa). Pochi anni dopo, la famiglia decide di iscriverla alle scuole secondarie a Cagliari, dove conosce Salvatore Cambosu, che per primo scopre la sua sensibilità artistica. Nel 1939 si trasferisce a Roma per frequentare il Liceo Artistico e, una volta completati gli studi, parte alla volta di Verona e, successivamente, a Venezia, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, in cui ha la possibilità di seguire le lezioni di Arturo Martini. Rientra in Sardegna, non senza difficoltà, nel 1945. Qui riprende l’amicizia con Salvatore Cambosu e insegna disegno nelle scuole elementari di Cagliari. Ritorna a Roma nel 1956 e, l’anno successivo, presso la galleria L’Obelisco, tiene la sua prima personale. Nel 1971, presso la Galleria Schneider di Roma, espone i primi Telai, un ciclo che caratterizza i dieci anni successivi e l’avvicina ai temi dell’arte povera, mentre negli anni Ottanta si dedica alle prime operazioni sul territorio che le varranno gli esiti più significativi della sua opera. Nel 1981 realizza a Ulassai l’operazione corale Legarsi alla Montagna, suo capolavoro, che anticipa i temi e i metodi di quella che sarà definita, solamente nel 1998, dal critico d’arte Nicolas Bourriaud come “arte relazionale”. A partire dagli anni Novanta dà vita a una serie di interventi di arte pubblica che, grazie a una visione programmatica, riusciranno, nel tempo, a trasformare Ulassai, suo paese natale, in un vero e proprio museo a cielo aperto, che trova la sua massima espressione nella “Stazione dell’Arte”, museo di arte contemporanea a lei dedicato. Il 16 aprile 2013 si spegne a Cardedu all’età di 93 anni.



Napoli ‘fin de siécle’

Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito

a cura di Giovanni Fanelli e Fabio Speranza

Nella Spezieria della Certosa, recentemente dotata di un nuovo e moderno impianto di illuminazione, la mostra fotografica a cura di Giovanni Fanelli e Fabio Speranza espone circa 80 opere di Pasquale e Achille Esposito, protagonisti, alla fine dell’Ottocento, di un’importante stagione della grande tradizione della fotografia napoletana grazie alla produzione del proprio atelier fotografico commerciale ‘Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito’.

Le opere in mostra provengono dall’importante album Raccolta di fotografie di Napoli del 1800 di Gennaro D’Amato, conservato presso la Società Napoletana di Storia Patria, a quello, dal titolo significativo, Fotografi artistiche/Napoli/Edizione Esposito, comprendente 65 stampe della Fototeca Storica del Museo di San Martino. Oltre a stampe sciolte, provenienti anche da raccolte private, sono esposte alcune lastre fotografiche negative appartenenti a importanti istituzioni pubbliche e private (ad esempio dall’Archivio Parisio) accompagnate da apparecchiature fotografiche d’epoca.

La produzione dell’atelier comprende significative vedute urbane e paesaggistiche di Napoli e del suo territorio (Capri, Sorrento, Amalfi, Pozzuoli, Pompei), ma la parte più originale e storicamente più rilevante è costituita dalle riprese di usi, costumi e scene di vita urbana e di mare, definite dagli stessi Esposito “scene artistiche”.

Le immagini degli Esposito si caratterizzano e si distinguono anche per la chiara intenzione di includere non di rado la mimica che è tratto distintivo della cultura popolare (e non solo) napoletana, dove non c’è parola senza gesto e dove il gesto stesso rende manifesta la psicologia delle persone, nel puro intento di restituire momenti di vita quotidiana popolare, che i due fotografi hanno privilegiato rispetto a quella delle altre classi sociali.

La produzione di Pasquale e Achille Esposito attraversa il momento storico cruciale di una Napoli in trasformazione nel suo passaggio da capitale di un regno autonomo a città del nuovo regno d’Italia: una città che si ridefinisce nel suo nuovo ruolo subalterno portando con sé tutte le sue antiche problematiche politiche e sociali che il processo di unificazione ha finito con l’amplificare, piuttosto che sanare. Lo sguardo sulle realtà sociali ultime, su cui più volentieri indugia l’obiettivo degli Esposito, non è commiserazione della loro condizione: i gesti, le espressioni, le attitudini, finiscono per assumere una dignità tutta particolare, che rimanda agli intensi ritratti delle popolane di Vincenzo Migliaro, ma anche di Eduardo Dalbono e di Vincenzo Caprile, e soprattutto al carattere e alle pose classicheggianti, reinventati sui modelli della scultura antica, dei pescatori e degli scugnizzi che Vicenzo Gemito ritrovava sulle spiagge e per le vie di Napoli.

A corredo della mostra è prevista la pubblicazione di un volume, che propone per la prima volta la riproduzione di una selezione significativa di fotografie Esposito - circa 120 provenienti da collezioni pubbliche e private - delle quali saranno anche riprodotti circa 60 dettagli fortemente ingranditi, smarginati a piena pagina, o a doppia pagina a fronte.

Il catalogo, edito da Mauro Pagliai editore, è stato realizzato grazie al sostegno economico di un gruppo di private bankers della filiale FIDEURAM di Piazza dei Martiri, Napoli.






Ferruccio Orioli, “De Vesevi rebus”

a cura di Marta Ragozzino e Francesco Delizia con Claudia Borrelli


La Sezione del Museo dell’Opera della Certosa e Museo di San Martino ospita la mostra “De Vesevi rebus” di Ferruccio Orioli, a cura di Marta Ragozzino e Francesco Delizia con Claudia Borrelli. Le opere, allestite in uno dei punti più panoramici del complesso certosino, stabiliscono uno stretto dialogo visivo e geografico con la scenografica veduta del Vesuvio che si ammira dal belvedere del Quartino del Vicario.

La riflessione dell’artista sull’immagine del golfo di Napoli inizia più di vent’anni fa, quando Orioli lavora alle “Storie del Golfo”, opera poi esposta nel 2011 in occasione della mostra “Orbita ellittica” a Castel Sant’Elmo e attualmente nella nuova sede della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a San Giovanni a Teduccio. Nei circa 27 metri di dipinti la narrazione del golfo si dispiega da punta Posillipo fino al porto di Napoli escludendo il Vesuvio, che diventa il soggetto di questo nuovo racconto.

Cercando insoliti punti di vista dai quali riprendere il vulcano, Orioli mette in atto una “denapolizzazione” dell’icona Vesuvio che, separato dal suo consueto contesto iconografico, diviene un unicum e, posto al centro dell’osservazione, viene rappresentato dall’alba al tramonto e in diversi momenti dell’anno.

Gli acquerelli in mostra, rielaborazioni di appunti, disegni e foto, raccolti in anni di frequentazione dell’area vesuviana, e dettagli realizzati con matite colorate durante recenti escursioni sul cono del Vesuvio, sono disposti seguendo lo stesso tragitto percorso dall’artista intorno al vulcano. I titoli dei quadri rimandano ai gradi della rosa dei venti, riferimenti geografici dai quali è stata ripresa la montagna.

I punti di vista prescelti sono 8, assunti come capisaldi di un racconto che aspira a mettere insieme il passato, il presente e il futuro, attraverso la sovrapposizione di due immagini: una rappresenta la montagna, il “sopra”, l’altra il “sotto”, quello che si è trovato scavando o che si troverà dopo la prossima - prima o poi sembra inevitabile - eruzione.

Nella zona vesuviana il “sotto” di quanto è avvenuto nel passato è per eccellenza Pompei dove, ancora oggi, vengono portati alla luce nuove testimonianze dell’antichità, come le sagome umane ricavate, fin dal 1863, dalla colatura di cemento o gesso. Per il “sotto” futuro Orioli immagina, invece, opere d’arte contemporanea che contengono elementi di ambiguità rispetto a una loro possibile datazione futura: l’installazione “Senza titolo” di Jannis Kounellis esposta nella collezione del Museo di Capodimonte, i “Dormienti” di Mimmo Paladino, l’“Ermafrodita” di Antonietta Raphael e la modella fotografata dall’americana Ruth Bernhard, immortalata come se fosse un gesso pompeiano.

Tra gli ipotetici reperti che potranno essere ritrovati nel corso di scavi futuri l’artista ha scelto, come traccia del lato oscuro del territorio vesuviano, anche l’AK-47, fucile ideato e progettato dal colonnello russo Michail Timoveevič Kalašnikov, ma la prevalenza delle opere d’arte raffigurate apre alla speranza che queste possano testimoniare dell’attualità con più forza rispetto alla tecnologia della violenza che sembra essere uno dei tratti distintivi della nostra epoca.

Ferruccio Orioli è nato a Venezia, dove si è laureato in Architettura e ha iniziato a lavorare, per poi trasferirsi a Matera e in seguito a Roma. Dal 1994 vive e lavora a Napoli. Autodidatta in pittura, ha iniziato a usare l’acquerello nel 1978, sia nei piccoli che nei grandi formati. Ha esposto le sue opere in mostre personali e collettive a Napoli, Capri, Roma, Benevento, Bisaccia, Venezia e Matera. Nel 2011 a Castel Sant’Elmo, Orbita

ellittica, a cura di Angela Tecce, documenta i lavori dal 2000 al 2010. È possibile visitare la sua mostra “Fortezza Europa” a Castel Sant’Elmo fino al 16 gennaio 2023. 

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA

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