Visualizzazione post con etichetta News. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta News. Mostra tutti i post

giovedì 17 settembre 2026

BENJAMIN JONES - True Reality

A cura di Gabriella Rebello Kolandra
 
18 settembre – 18 ottobre 2026

 

True Reality, (ritratto) Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio

 Dal 18 settembre al 18 ottobre 2026, gli spazi della Villa di Fondazione Elpis ospitano True Reality, prima mostra istituzionale in Italia di Benjamin Jones, a cura di Gabriella Rebello Kolandra. Attraverso una selezione di lavori nuovi e già esposti, il progetto indaga il nostro rapporto con il reale a partire dalla fotografia. Come una bugia raccontata con troppi dettagli, la fotografia ricostruisce una realtà stratificata di significati, che si rinnova ogni volta che l’immagine entra in relazione con lo sguardo.
 
La mostra presenta una panoramica dell’ampia indagine condotta dall’artista britannico all’interno di musei di storia naturale e giardini botanici europei, luoghi deputati alla conservazione, classificazione e produzione di specifiche forme di sapere. In questi ambienti, il mondo naturale viene sottratto al proprio contesto e sottoposto a sistemi di esposizione, catalogazione e rappresentazione. Muovendosi tra immagini figurative e sperimentazione analogica, con scatti per lo più in bianco e nero, Jones interviene all’interno di queste realtà già costruite, utilizzando la fotografia come un’ulteriore forma di traduzione e restituzione dell’oggetto osservato.
 
La riflessione di Jones si concentra così sul modo in cui il mondo naturale, sottratto al proprio contesto e sottoposto a esposizione e rappresentazione, esiste al contempo come la cosa stessa e come un’immagine di sé. La fotografia diventa un ulteriore dispositivo attraverso cui osservare, tradurre e restituire ciò che abbiamo davanti agli occhi, mettendo in discussione il rapporto tra realtà, rappresentazione e percezione.

 

True Reality, Installation view, Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio

 

 

 Le opere in mostra
Il percorso espositivo restituisce alcuni dei principali nuclei della ricerca di Benjamin Jones. In The World in Your Head, realizzata nella serra del Burggarten a Graz, in Austria, l’artista scompone la visione attraverso fotografie di grande formato e differenti piani focali, mettendo in relazione il funzionamento dell’obiettivo con il movimento dell’occhio. Nelle immagini in 35 mm, caratterizzate da una grana marcata, i dettagli vengono isolati dalle scene più ampie di cui fanno parte, mentre la risoluzione limitata dei diorami fotografati riduce le informazioni visive necessarie a riconoscerne l’artificio. La fotografia diventa così uno strumento per mettere in discussione ciò che consideriamo reale e il modo in cui impariamo a riconoscerlo.
 
A questa riflessione si affiancano opere dedicate al regno animale e vegetale, tra cui Above, Below e Leaping, che proseguono l’indagine dell’artista sul rapporto tra il mondo naturale e le forme attraverso cui viene osservato, organizzato e restituito per mezzo dell’immagine.
 
Pur mantenendo il carattere di mostra personale, True Reality si apre al confronto con due contributi di Linda Fregni Nagler e Stefano Graziani, entrambe le opere stampate per la prima volta in occasione della mostra. Partendo da prospettive differenti, ma condividendo con Jones una concezione della fotografia come pratica critica capace di generare una pluralità di significati e rappresentazioni, i lavori dei due artisti introducono nel progetto ulteriori chiavi di lettura.

 

True Reality, Installation view, Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio


 
La ricerca di Linda Fregni Nagler considera la fotografia come oggetto culturale e storico, soffermandosi sul ruolo dell’archivio e sulla circolazione delle immagini. Attraverso pratiche di raccolta, selezione e ricontestualizzazione, l’artista riflette sulle convenzioni attraverso cui la storia della fotografia e della cultura visiva vengono costruite e trasmesse. In American Museum of Natural History (2026), l’immagine della costruzione di un diorama rivela il processo attraverso cui la natura viene trasformata in una scena, mostrando simultaneamente il dispositivo della rappresentazione e la costruzione di uno sguardo sul mondo naturale. Il diorama, tecnica sviluppatasi nel XIX secolo e spesso associata agli sforzi coloniali volti a catturare ed estetizzare i cosiddetti territori “inesplorati”, introduce il tema della rappresentazione presente nel suo lavoro.
 
La pratica di Stefano Graziani si concentra invece attorno alla fotografia come strumento di osservazione e costruzione del visibile. Il suo lavoro esplora il modo in cui oggetti, architetture, opere e dispositivi espositivi vengono organizzati nello spazio e restituiti dallo sguardo fotografico, spesso portando in primo piano i processi di selezione e mediazione che ogni immagine inevitabilmente incorpora. In Natura morta: Aligning Shadows of Three or More Oranges (2026), parte di una serie più ampia di immagini di Stefano Graziani i cui titoli fanno riferimento alla tradizione pittorica, Graziani costruisce immagini a partire dagli oggetti che sceglie di osservare e mettere in relazione, mediando tra la loro presenza e le sue scelte. Si tratta dell’unica immagine a colori presentata in mostra. Nelle sue nature morte i soggetti passano in secondo piano, mentre emerge la costruzione dell’immagine come spazio di sperimentazione, rendendo percepibile il carattere costruito tanto dall’immagine quanto dal mondo che questa sembra descrivere.
 
La mostra porta al centro il rapporto tra ciò che vediamo e il modo in cui impariamo a riconoscerlo, mostrando come ogni immagine possa diventare uno spazio in cui realtà e rappresentazione si incontrano e si trasformano.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

"PAOLO MASI 93"

A cura di Sergio Risaliti
18 settembre – 12 novembre 2026
inaugurazione 

venerdì 18 settembre 2026, ore 18:00
Frittelli arte contemporanea 

 via Val di Marina 15, Firenze


Frittelli arte contemporanea è lieta di annunciare Paolo Masi 93, 

mostra a cura di Sergio Risaliti, 

dedicata a Paolo

 

Masi (Firenze, 1933–2026), scomparso lo scorso 6 maggio, a pochi giorni dal compimento dei 93 anni.
La mostra nasce come omaggio a una delle figure più originali e radicali dell’arte contemporanea italiana del secondo.
 

Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. Attraverso una selezione di opere che attraversa oltre sessant’anni di ricerca, Paolo Masi 93 intende restituire la complessità di un percorso artistico continuamente aperto alla sperimentazione, nel quale pittura, materia, struttura, spazio e percezione si confrontano senza soluzione di continuità.

 
Una ricerca che ha avuto in Firenze il proprio punto di partenza e un costante riferimento, ma che ha saputo oltrepassare i confini della scena locale, affermandosi nel più ampio contesto dell’arte italiana e internazionale.

 
«Nel corso della sua lunga carriera, Masi si è affermato sempre con un rigore e una radicalità di artista modernista indiscusso. E questo ne fa un esempio per tanti artisti delle nuove generazioni», sottolinea il curatore Sergio Risaliti, mettendo in evidenza una caratteristica essenziale della sua ricerca: la capacità di conservare, nel tempo, una straordinaria tensione verso la sperimentazione.
Il percorso espositivo segue idealmente le diverse stagioni della ricerca di Masi, evidenziando non tanto una successione di fasi rigidamente separate, quanto la continuità di un'indagine che ha costantemente rimesso in discussione i codici e i materiali della pittura.

 
Dagli anni Sessanta agli anni Settanta: la crisi della superficie pittorica e la materia

 
Gli anni Sessanta sono rappresentati dai lavori informali, caratterizzati da una pittura pulsante e fisica, attraversata da ferite, lacerazioni, macchie e filamenti di colore. Man mano Masi sviluppa una ricerca di carattere strutturale, nella quale composizioni ricche di linee, tratti, ripetizioni e tensioni meccanico-tecnologiche restituiscono l'immagine di uno spazio in profonda crisi, carico di valenze simboliche.

 
Negli anni Settanta la pittura si apre progressivamente alla sperimentazione di materiali e dispositivi estranei alla tradizione pittorica: fili, plexiglas, specchi, barre di alluminio, cartoni e altri materiali industriali diventano strumenti per mettere in discussione la superficie e ridefinire il rapporto dell'opera con lo spazio. Sono gli anni di installazioni come Linee luce ad angoli di rifrazione e opere come i suoi celebri Cartoni, nelle quali la materia non costituisce più semplicemente il supporto dell'immagine, ma diventa essa stessa elemento costruttivo e percettivo.

 
Di particolare rilievo è Rilevamenti esterni-conferme interne. La proprietà dei linguaggi, il polittico di 94 elementi presentato alla Biennale di Venezia del 1978. L'opera mette in relazione differenti trattamenti della superficie: nella parte superiore tavole lavorate con malte, calcine, sabbia e colore; in quella inferiore tavole rivestite da spaghi di diversa consistenza e dimensione. Un lavoro emblematico della volontà di Masi di interrogare i confini stessi del linguaggio dell'arte.

 
Gli anni Ottanta: la pittura come esperienza del mondo
Negli anni Ottanta Masi torna a confrontarsi direttamente con la pittura e con il gesto del pennello, lavorando su grandi tele e carte attraverso una particolare forma di dripping controllato. Il gesto, pur mantenendo una componente di casualità, viene sottoposto a una precisa disciplina compositiva.


Le superfici diventano così il luogo di una relazione tra interno ed esterno, tra natura e artificio, tra esperienza percettiva e contemporaneità tecnologica. Questa stagione della ricerca è documentata anche dalle grandi tele presentate nella personale del 1985 alla Sala d'Arme di Palazzo Vecchio a Firenze.
 

Gli anni Novanta: dal quadro allo spazio alla percezione emotiva
Negli anni Novanta la ricerca di Masi si amplia ulteriormente. Materia e colore continuano a essere strumenti fondamentali, ma l'opera diviene sempre più un dispositivo capace di coinvolgere lo spazio e modificare la posizione percettiva dello spettatore.
In lavori come Contenitori di forma colore, la superficie non è più un limite, ma un campo aperto nel quale l'osservatore è invitato a cambiare punto di vista, distanza e modalità di fruizione.
È in questo clima di sperimentazione che si colloca anche Dal colore della vita al nero dell'assenza, opera dedicata al tema della pena di morte, presentata nel 2000 alla mostra Contro la pena di morte, curata da Lara-Vinca Masini e Sergio Risaliti alla Fortezza da Basso di Firenze. 

Nel polittico la progressiva trasformazione del colore in una superficie sempre più scura diventa una potente metafora della cancellazione dell'esistenza (dal colore inteso come presenza e vitalità al nero come immagine dell'assenza definitiva), che porta ad un coinvolgimento emotivo e ad una riflessione sulla necessità di comprendere meglio il nostro passato per potersi proiettare nel futuro.

 
Gli anni Duemila: le nuove possibilità della materia e del gesto
A partire dagli anni Duemila, Masi torna a sperimentare materiali già centrali nella sua ricerca degli anni Settanta, in particolare plexiglas e cartone, sottoponendoli però a nuove possibilità formali e percettive.

 
Le Trasparenze utilizzano la natura stessa del plexiglas per instaurare un continuo passaggio tra superficie e profondità, tra dimensione fisica e immateriale. La trasparenza diventa così uno strumento per mettere in crisi la percezione dell'oggetto e per costruire una relazione mobile tra opera, luce e ambiente.
Anche il cartone viene nuovamente indagato attraverso il colore e il segno. La superficie, apparentemente povera e quotidiana, si trasforma in un campo di stratificazioni nel quale il gesto dell'artista continua incessantemente a produrre nuove possibilità di lettura.
È proprio questa capacità di ritornare sui materiali, sui gesti e sulle questioni della pittura per ogni volta
reinventarli a caratterizzare la lunga ricerca di Masi. Un'attitudine che spiega anche la definizione data da Sergio Risaliti di Masi come artista “più giovane”, non per ragioni anagrafiche, ma per quella capacità di mantenere intatta la disponibilità alla ricerca, al rischio e alla sperimentazione.
Paolo Masi 93 è quindi una mostra che guarda alla storia senza trasformarla in memoria conclusa. Perché nella ricerca di Masi ciò che rimane più attuale è proprio l' incessante necessità di mettere in discussione ciò che sembra acquisito: il quadro, la superficie, il materiale, lo spazio, lo sguardo.
Nel corso della mostra sarà inoltre organizzato un incontro pubblico con critici e storici dell'arte che hanno seguito il lavoro di Masi nel corso della sua lunga carriera, insieme a studiosi delle generazioni più recenti impegnati nella rilettura della sua opera. Un momento di confronto e approfondimento volto a restituire la complessità di una ricerca ancora capace di interrogare il presente e di offrire nuove chiavi di lettura alle generazioni future.
Segnaliamo inoltre l'omaggio che il Comune di Civitella in Val di Chiana realizzerà il 26 settembre - nell'ambito della rassegna (S)Oggettivamente - in collaborazione con la famiglia e la nostra galleria, in ricordo dell'artista. Un luogo caro a Masi, che l'aveva scelta come rifugio per il pensiero e per aprire la mente a nuove visioni.
Infine, un ringraziamento particolare alla famiglia Masi, a cui siamo legati da un sincero affetto e con la quale ci siamo impegnati a mantenere viva la memoria e a contribuire alla conservazione e alla diffusione dell'eredità artistica di Paolo.


 

 Frittelli arte contemporanea
via val di Marina 15,

 Firenze

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

 



La Spezia Fantasy, sabato 19 settembre la Notte Bianca anima il centro cittadino

 



La Spezia, 17 settembre 2026 – La Spezia Fantasy torna sabato 19 e domenica 20 settembre con due giornate dedicate al fantasy, alla cultura pop, al fumetto, al gioco e all’intrattenimento. La manifestazione, organizzata dal Comune della Spezia, da Confcommercio e dall’Associazione Inedita Mente, sarà gratuita e aperta a tutti.


Per favorire la partecipazione dei pubblici esercizi e contribuire a creare un clima di festa e animazione, il Sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini ha firmato un’ordinanza che per la giornata di sabato 19 settembre consente ai titolari delle attività aperte nella serata di organizzare intrattenimenti musicali senza balli, all’interno dei locali e nei rispettivi dehors, in deroga ai limiti ordinari di rumorosità.
La musica sarà consentita dalle ore 18 alle ore 24 di sabato 19 settembre. Le apparecchiature elettriche e acustiche dovranno essere dotate delle necessarie certificazioni tecniche ed essere conformi alle norme CEI. Non potranno essere installate strutture soggette al collaudo della competente Commissione di vigilanza e, nelle condizioni di maggiore disturbo, non dovrà essere superato il limite massimo di 70 dB(A) rilevato presso l’edificio maggiormente esposto.


Entro le ore 24 dovrà cessare ogni attività musicale nei dehors esterni ai pubblici esercizi.
La Spezia Fantasy sarà aperta sabato 19 settembre dalle ore 11 alle 24 e domenica 20 settembre dalle ore 10 alle 19. 

 

Il programma completo e tutte le informazioni sono disponibili sul sito

 www.laspeziafantasy.it.

(Il link non ha accesso diretto ma è da copiare ed incollare sul web) 

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA

Potrebbe interessarti anche:

https://www.rosarydelsudartnews.com/2026/09/la-spezia-fantasy-2026-la-citta.html 

A POMPEI È TORNATA LA VENDEMMIA




Nei vigneti delle Domus avviato il primo raccolto delle uve nell’ambito del progetto vitivinicolo nato dal partenariato tra il Parco Archeologico di Pompei e Feudi di San Gregorio


I primi vini sono attesi entro il 2029

   

È tornata la vendemmia a Pompei, che ieri ha celebrato la Festa del Vino. L’occasione è stata la prima raccolta delle uve nell’ambito del progetto vitivinicolo nato dal partenariato pubblico-privato con il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco.

 

 



Nel corso della giornata i visitatori hanno potuto assistere alle attività della vendemmia, partecipare alle visite ad alcuni dei vigneti dell’area archeologica e prendere parte al momento conviviale con i vini di Feudi di San Gregorio, una degustazione di pane e olio IGP del Parco, Pùmpaiia, e anche di altri prodotti della Parvula Domus - Fattoria culturale e sociale del Parco, espressione della produzione agricola contemporanea sviluppata all’interno del sito archeologico.

 



Con la Festa del Vino, dunque, Pompei ha riproposto in chiave contemporanea un momento che richiama gli antichi saperi agricoli legati a Bacco, dio del vino, della vite, della convivialità e della rinascita della natura. Un tema particolarmente significativo per il Parco, che nel corso del 2026 ha dedicato diverse attività e iniziative alla dimensione dionisiaca della vita pompeiana, anche a seguito della recente scoperta, nella Regio IX, 10, del salone del Tiaso.
L’inizio della vendemmia è stata anche un’occasione per raccontare il lavoro di ricerca che accompagna la cura dei vigneti di Pompei e il progetto vitivinicolo nato dal Partenariato pubblico-privato siglato il 29 novembre 2024 tra il Parco Archeologico e il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco. Quello di quest’anno, quindi, non è stato un semplice raccolto, ma l'ingresso nella fase produttiva di un'azienda vitivinicola che nasce e cresce interamente dentro l'area archeologica, tra le domus che duemila anni fa erano già vigna.

 


 


È un progetto diverso da altri, soprattutto per la forma con cui prende vita: un vero partenariato che nasce con l'obiettivo di sviluppare un'iniziativa organica e di lungo periodo, mettendo a sistema le competenze del Parco e quelle del Gruppo Tenute Capaldo lungo l'intero percorso – dalla coltivazione della vite alla produzione, dalla ricerca alla valorizzazione e, a regime, alla degustazione e vendita dei vini all'interno del sito.


Il raccolto di quest'anno riguarda i 14 piccoli vigneti custoditi all'interno delle Domus del Parco, poco più di un ettaro coltivato anche con finalità di ricerca e didattica: 14 storie botaniche diverse, distribuite tra le domus, che si differenziano per varietà, allevamento, esposizione e umidità, mentre i muretti che le delimitano disegnano altrettanti microclimi. Qui si vendemmiano le varietà rosse che i Romani già coltivavano in Campania: Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso.

 

 

Ad affiancare questo primo nucleo storico è il nuovo vigneto, nato da materiale genetico prelevato dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia, e messo a dimora a inizio 2026 nell'area di Stabiae, nei pressi della Villa San Marco, cuore del piano di valorizzazione della Grande Pompei: un impianto ancora giovane, non ancora in produzione, che nei prossimi anni entrerà gradualmente a regime, ampliando il progetto anche ai vini bianchi: Fiano, Greco e Falanghina.

 

 

A guidare la ricostruzione delle tecniche antiche di coltivazione è la collaborazione con il professor Attilio Scienza dell'Università degli Studi di Milano, che affianca il progetto incrociando le evidenze storiche e archeologiche con gli strumenti della ricerca contemporanea, dalla botanica alla genetica, dall'agronomia alla viticoltura. «Pompei e la Campania sono un modello interpretativo di tutta la viticoltura italiana», spiega Scienza. «Pompei, in particolare, è un luogo unico perché è al tempo stesso luogo di confine, che ha accelerato un nuovo modello di viticoltura, e luogo di frontiera, dove le diverse realtà non si sono mai fuse e sono giunte fino a noi oggi. Il progetto è quello di fare di Pompei un esempio di come si possa ricostruire, con i tanti elementi che abbiamo a disposizione – storici, del mito, letterari nonché genetici e del DNA – le viticolture d'Italia. Abbiamo bisogno di questi luoghi perché il rapporto tra archeologia, vite e vino nei prossimi anni sarà strategico per il nostro turismo di qualità. Inoltre, ripristinare la viticoltura a Pompei nel rapporto tra pianta e vite vuol dire ritornare a ripristinare quel rapporto che è alle origini della vite».

 



Accanto alla ricerca, il progetto poggia sulle competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale, che segue passo dopo passo l'evoluzione dei vigneti e questa prima annata produttiva. «Siamo in una fase di ristrutturazione dei vigneti, sia nelle strutture sia nelle forme di allevamento: un anno di transizione che ci serve per conoscere meglio i microambienti di Pompei, molto particolari e di grandi prospettive», racconta Sirch. «Stiamo prendendo confidenza con i microclimi dei 14 piccoli vigneti distribuiti tra le Domus, che si differenziano per varietà, umidità ed esposizione, sono 14 storie da conoscere e interpretare. Quest’anno vendemmiamo solo qui. In generale è stata un'annata anomala in tutto il territorio, sia per le precipitazioni sia per le temperature, e per noi qui è comunque la prima volta. Siamo soddisfatti di aver dato vigore alle piante, per proseguire sui nostri obiettivi».
 
 

 


Un rapporto, quello tra Pompei e la vite, che il Parco Archeologico studia da decenni attraverso il proprio Laboratorio di Ricerche Applicate, indagando le caratteristiche botaniche dei vigneti dell'antica città e il loro posto nella vita quotidiana romana. Oggi quella storia si intreccia con una strategia più ampia di tutela del paesaggio e del patrimonio naturale del sito, che comprende anche la valorizzazione degli ulivi e i progetti di agricoltura sociale della fattoria culturale e sociale Parvula Domus.

 



«Con la Festa del Vino e con questa prima vendemmia restituiamo a Pompei un pezzo fondamentale della sua anima e della sua storia quotidiana, per rileggere oggi quelle antiche pratiche agricole che vedevano in Dioniso il loro punto di riferimento. Questa tematica riveste una rilevanza centrale per il Parco, che lungo tutto il 2026 ha promosso svariate attività incentrate sull'aspetto dionisiaco della quotidianità a Pompei, un percorso sollecitato anche dal recente rinvenimento del salone del Tiaso nella Regio IX. Per noi la vite e il vino non sono soltanto elementi archeologici da studiare, ma costituiscono un patrimonio vivo che definisce il nostro paesaggio e la cultura mediterranea. Attraverso il partenariato con il Gruppo Tenute Capaldo, coniughiamo ricerca scientifica, tutela del territorio e valorizzazione del sito in una visione di lungo periodo: veder rinascere la produzione vitivinicola tra le nostre domus e nell'area della Grande Pompei significa offrire ai visitatori un'esperienza ancora più profonda, capace di far dialogare in modo autentico il passato con il presente» commenta il Direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel.

 

 



«Vedere le prime uve raccolte dentro il Parco Archeologico è un momento che aspettavamo da tempo e che sentiamo come una grande responsabilità. Da questo primo raccolto comincia davvero la storia produttiva di un progetto che ci sta a cuore: dimostrare che si può investire con pazienza e visione di lungo periodo sul valore culturale del vino, restituendo a Pompei il ruolo che ha sempre avuto nella storia della civiltà mediterranea», dichiara Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio.
 
 

 

 
Il prossimo passo sarà la cantina di vinificazione e affinamento, individuata in un fabbricato nell'area di Stabiae: la sua realizzazione è attesa entro la vendemmia 2028, quando anche i vigneti di Stabiae inizieranno a entrare in produzione, chiudendo il cerchio del ciclo produttivo avviato quest'anno nelle Domus. Una parte dell'affinamento avverrà anche dentro le Domus, per offrire ai visitatori un'esperienza immersiva nel racconto del vino antico. I primi vini del nuovo partenariato sono attesi entro il 2029; a regime, l'azienda produrrà circa 30.000 bottiglie l'anno, affiancate da un'area di degustazione e vendita all'interno del Parco.

 


 


Con la vendemmia 2026 il progetto muove i primi passi della sua fase produttiva: un nuovo capitolo di una storia lunga duemila anni, in cui archeologia, ricerca, agricoltura e cultura del vino tornano a incontrarsi nello stesso luogo che le ha viste nascere.

 




 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

Il 19 settembre a Maiori “Le panchine della libertà”, i Premi “Giuseppina Russo” e “Dal cuore di madre”, i libri sull’esodo giuliano-dalmata e la costituente Teresa Mattei

 




Sabato 19 settembre a Maiori serata finale della 20a edizione di ..incostieraamalfitana. it Festa del Libro in Mediterraneo. Alle 18.00 sul Corso Reginna inaugurazione de “Le panchine della “libertà””, realizzate dagli artisti Giuseppe Proto e Renato Uccella, con i versi dei poeti Francesca Patitucci di Salerno e Giovanni Battista Tessitore di Pistoia, vincitori della VI edizione di “Liberi di essere” omaggio a Virginia Woolf, concorso nazionale promosso dalla Associazione napoletana Poesie Metropolitane. In giuria la scrittrice Lucia Ferrigno, il giornalista Antonio Guarino, la poetessa Jessica Carrano. Con il patrocinio del Comune di Maiori, alle ore 19.00 la cerimonia di premiazione presso il Salone degli Affreschi di Palazzo Mezzacapo. A seguire un “salotto letterario” con Giuseppina Mellace autrice de “Le donne e l’esodo giuliano-dalmata. Memorie di una storia dimenticata”, pubblicato da Mursia, e di “Rosso mimosa”, edito da Balzano, insieme a Delfina Tommasini. 

 



Durante l’esilio giuliano-dalmata, dall’armistizio del 1943 fino al dopoguerra, è stato fondamentale e straordinario il ruolo delle donne che hanno pagato prezzi altissimi e hanno dovuto affrontare esperienze di sradicamento, violenza e resilienza ancora poco conosciute. Attraverso testimonianze dirette e indirette, Giuseppina Mellace in “Le donne e l’esodo giuliano-dalmata. Memorie di una storia dimenticata” racconta l’accoglienza difficile in Italia, la vita nei campi profughi e le rinunce forzate. Il fil rouge sono le vicende di Egea Haffner, la bimba del manifesto del Giorno del Ricordo, e di Licia Cossetto, che dopo aver riconosciuto la salma della sorella Norma, barbaramente violentata e poi gettata in una foiba, è stata costretta ad abbandonare l’Istria. Sono donne comuni che non hanno mai chiesto nulla se non di vivere con dignità. Sono eroine del quotidiano, dimenticate dalla Storia ufficiale che con coraggio hanno saputo squarciare il velo di silenzio che per molti anni ha coperto questo dramma.

 



La memoria storica non vive soltanto nei documenti e negli archivi. Spesso trova nuova forza nella narrativa, capace di trasformare eventi e protagonisti del passato in storie che parlano anche al presente. È il caso di “Rosso Mimosa”, il romanzo di Giuseppina Mellace e Maria Delfina Tommasini dedicato alla figura di Teresa Mattei, partigiana, costituente e protagonista della costruzione dell’Italia democratica. Attraverso una narrazione che intreccia storia e romanzo, le autrici restituiscono al lettore il ritratto di una donna che ha contribuito in modo significativo alla conquista di diritti e libertà che ancora oggi rappresentano il fondamento della società italiana.

 



La serata si concluderà, dopo l’intervento di Nicolò Mannino, presidente del Parlamento della Legalità Internazionale, con il conferimento del Premio internazionale “Giuseppina Russo” a Salvatore Sardisco, già Sovrintendente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria e vicepresidente del Parlamento della Legalità Internazionale, e del Premio “Dal cuore di madre” a Francesco Colella, ingegnere per l’Ambiente e il Territorio. 

La serata sarà condotta da Alfonso Bottone, direttore organizzativo di ..incostieraamalfitana.it, che sottolinea: “Sarà un momento di forte intensità e di piacevole intrattenimento. Una serata tra poesia ed arte, storia e personaggi dimenticati, ed una particolare attenzione all’impegno sociale e civile con la terza edizione del Premio internazionale “Giuseppina Russo”, nel ricordo della madre scomparsa di Nicolò Mannino, presidente del Parlamento della Legalità Internazionale. In un mondo in cui a predominare sono le informazioni di eventi tragici questo Premio infatti prova a capovolgere: è il “bene” infatti che deve fare notizia! Per cui si pone attenzione al senso della "maternità", intesa come dedizione all'accoglienza e alla solidarietà degli ultimi e dei bisognosi, con umiltà e riservatezza. In tale ottica il Premio si ispira alla abnegazione di "mamma" Giuseppina alla causa della legalità e dell'altruismo, che ha influenzato positivamente molte vite, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "santa della porta accanto". E sempre nel ricordo di Giuseppina Russo anche il Premio nazionale “Dal cuore di madre””. 

L’evento del 19 settembre chiude ufficialmente la 20a edizione della Festa del Libro in Mediterraneo, partita il 15 maggio 2026, e lancia gli appuntamenti che apriranno di fatto la nuova stagione del festival.


Per saperne di più consultare la pagina facebook @incostieraamalfitana.it o su Instagram incostieraamalfitana.it.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

PREMIO CHARLOT: A SERENA AUTIERI IL RICONOSCIMENTO SPECIALE DI ACI SALERNO PER I 100 ANNI DELL’ENTE

 


 

Spazio alla formazione giovanile con il workshop gratuito sulla comicità curato da Alessio Tagliento al Teatro Delle Arti.

È tutto pronto per la 38ª edizione del Premio Charlot, l'unica manifestazione al mondo dedicata interamente al genio immortale di Charlie Chaplin. Anche quest’anno la kermesse ideata da Claudio Tortora si conferma polo catalizzatore di grandi talenti e iniziative dedicate alla crescita delle nuove leve.
Tra i momenti clou di questa edizione spicca la consegna del premio speciale assegnato dall’Automobile Club Salerno a Serena Autieri. Un riconoscimento di particolare prestigio che si inserisce nel ricco programma di celebrazioni per i 100 anni di ACI Salerno (1926-2026). Un secolo di storia, servizio e vicinanza al territorio che incontra la grande tradizione del Premio Charlot per rendere omaggio a un’artista straordinaria, icona di eleganza, versatilità e talento, capace di spaziare con eccezionale maestria dal teatro al cinema, fino alla televisione e alla musica.
Accanto ai grandi eventi di gala e alle premiazioni, la 38ª edizione del Premio Charlot rinnova con forza la propria vocazione formativa. Sono infatti ufficialmente aperte le iscrizioni per "Percezioni Comiche", il workshop totalmente gratuito guidato da Alessio Tagliento.
Firma tra le più apprezzate e autorevoli del panorama umoristico nazionale, Alessio Tagliento è autore televisivo, teatrale e regista. Nel corso della sua carriera ha firmato i testi per i più importanti format della comicità italiana, da Zelig a Colorado, lavorando al fianco di grandi protagonisti dello spettacolo come Giorgio Panariello, Gabriele Cirilli, Max Angioni e Raul Cremona, oltre a ricoprire da anni il ruolo di docente di scrittura comica e didattica dello spettacolo.
Il laboratorio, pensato come un'occasione unica per esplorare la meccanica della risata, le tecniche di scrittura brillante e la presenza scenica, è aperto a tutti gli appassionati e agli aspiranti performer. Le lezioni si terranno il 22 e 23 settembre, dalle ore 14:30 alle ore 18:00, presso il Teatro Delle Arti di Salerno.
Per richiedere informazioni sulle modalità di partecipazione e per iscriversi al laboratorio gratuito è possibile contattare direttamente il numero telefonico 327 4934684.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

Dal 25 settembre apre "Broken. Il potere del frammento

È in arrivo a Palazzo Strozzi Broken. Il potere del frammento



Dal 25 settembre 2026 Palazzo Strozzi presenta Broken. Il potere del frammento, una grande mostra che celebra il potere evocativo e il fascino del frammento nella storia della scultura, dall’archeologia all’arte di oggi.

 
Organizzata con la National Gallery of Art di Washington, l’esposizione riunisce oltre ottanta opere e si sviluppa in sezioni tematiche che esplorano le molteplici vite delle sculture, interrogando il rapporto tra distruzione e memoria, perdita e immaginazione, assenza e sopravvivenza.

Il tempo, gli eventi naturali, le guerre, l’iconoclastia, la devozione e il riuso hanno trasformato opere nate come unità compiute in oggetti frammentari, capaci tuttavia di conservare – e talvolta accrescere – la propria forza espressiva. Dai resti del Monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano alle opere segnate dall’alluvione di Firenze del 1966, fino alla ricerca moderna e contemporanea di Auguste Rodin, Louise Bourgeois, Robert Gober e Danh Vo, il frammento emerge come forma autonoma, capace di raccontare storie di trasformazione, distruzione e rinascita.

La mostra Broken. Il potere del frammento sarà aperta fino al 24 gennaio tutti i giorni, festivi inclusi, dalle 10.00 alle 20.00 e i giovedì fino alle 23.00 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura).

 

 COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 


mercoledì 16 settembre 2026

Gonzalo Borondo. Sull'imbrunire a cura di Cesare Biasini Selvaggi

21Art Treviso
18 settembre 2026 - 22 gennaio 2027

Dal 18 settembre 2026 al 22 gennaio 2027, 21Art Treviso presenta Sull'imbrunire, mostra personale di Gonzalo Borondo a cura di Cesare Biasini Selvaggi

 



L'artista, rappresentato da 21Art e già protagonista di una personale nella sede di Padova, espone negli spazi di Treviso (viale della Repubblica 3, Villorba) la sua produzione più recente. Qui il buio e la notte si fanno specchio della condizione umana, in un'intensa tensione tra forma e dissoluzione.

«Nel panorama odierno di un'arte troppo spesso ridotta a intrattenimento o a mero esercizio concettuale, il nuovo ciclo pittorico di Borondo si impone come una meditazione esigente sulla natura stessa della pittura», dichiara il curatore Cesare Biasini Selvaggi. «Nata nell'ombra interiore e dal rifiuto della distrazione mondana, questa serie rappresenta una discesa negli abissi della figura e della materia, laddove l'atto di dipingere torna a farsi rito, catarsi e memento mori: una soglia su cui il gesto visivo si fa testimone del tempo e dell'umana nostalgia d'eterno».

Avvalendosi di una tecnica ormai consolidata, che prevede l'uso di lastre di vetro come superficie pittorica e la stesura del colore sul verso dell'opera, Borondo accoglie l'incidente e l'imprevisto, rinunciando al controllo assoluto sull'immagine finale. Gli strati di materia - stesi direttamente con le mani o con panni di stoffa - sono solcati da laceranti bagliori in foglia d'oro e d'argento.

Nei grandi agglomerati figurativi come Trittico della Discesa, Frangia e Babel, le anatomie umane si stipano e si sfaldano: a uno sguardo ravvicinato il corpo si disintegra nell'astrazione, richiamando le visioni crepuscolari della carne. Altrove, in composizioni di più cruda essenzialità come Cavallo, Eclisse o Uomo Luce, l'immagine riaffiora con la solennità di una lastra fotografica di inizio Novecento o di una reliquia dimenticata.

In continuità con la lezione dei grandi maestri - da Goya a Rembrandt, dalle icone bizantine alle opacità del Barocco -, Borondo restituisce alla pittura il suo ruolo di ponte tra il quotidiano e l'inconoscibile, mettendo in scena le crisi e i conflitti del nostro presente.

21Art Treviso è aperta al pubblico nei seguenti giorni e orari: da lunedì a venerdì 10.00-13.30 e 14.30-18.30; chiuso per le festività dal 21 dicembre 2026 all'11 gennaio 2027. 

Ingresso gratuito. 

Per informazioni: T. +39 393 1830983, treviso@21art.it.


Il programma completo delle mostre e delle attività promosse da 21Art, società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell'imprenditore Davide Vanin, è disponibile sul sito https://twentyoneart.com/.


Gonzalo Borondo (Valladolid, Spagna, 1989) è un artista multimediale che vive tra Spagna e Italia. Si concentra sull'esplorazione del valore della memoria, enfatizzando le caratteristiche storiche e relazionali degli spazi. Dal 2010 collabora con diverse istituzioni e spazi in tutto il mondo, presentando le proprie installazioni in vari musei, come l'Urban Nation Museum (Berlino), il MACRO (Roma) e il Museo de Arte Contemporáneo Esteban Vicente (Segovia). Ha tenuto mostre personali a Londra, Parigi, Madrid e Milano. L'opera Merci fa parte della collezione permanente del Museo CAPC (Bordeaux). Dal 2023 è membro effettivo della Reale Accademia di Storia e Arte di San Quirce. Nel 2025-2026, 21Art ha presentato la mostra Porta l'acqua un fuoco fermo, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, presso la sede di Padova. Nel mese di ottobre 2026 si inaugurerà la grande mostra personale site-specific dal titolo Mater al Museo Villa Stuck di Monaco di Baviera.

21Art è una società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell'imprenditore Davide Vanin. Le gallerie che fanno capo a 21Art sono attualmente cinque e hanno sede a Treviso, Padova, Roma, Jesolo e Montecarlo; nel 2027 sono previste le aperture di Milano e Cortina d'Ampezzo. Ogni galleria crea la propria identità attraverso un intenso programma espositivo che prevede approfondimenti dedicati ad artisti emergenti e ad autori consolidati apprezzati a livello internazionale. Ad ogni sede di 21Art è affiancato un Club - 21Art Club - ovvero un'innovativa community di collezionisti, artisti e operatori di settore. La diffusione delle gallerie di 21Art sul territorio, unita alla presenza di una solida e fidelizzata community di collezionisti, consente di condividere un sostegno strutturato e duraturo agli artisti. Questo modello favorisce un dialogo virtuoso tra artista, collezionista e territorio, rafforzando nel tempo un ecosistema culturale dinamico e condiviso. Le sedi di 21Art sono state oggetto di interventi di ristrutturazione o riallestimento da parte del collettivo Fosbury Architecture, curatore del Padiglione Italia alla Biennale Architettura 2023.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 


CARLO CRIVELLI e FELICE LEVINI. Archeologie Eclettiche - testo di Massimo Belli

Castello Orsini Colonna, Avezzano (AQ)
19 settembre - 25 ottobre 2026


Inaugurazione: 

sabato 19 settembre, ore 17.00
A seguire, concerto con composizioni originali di Carlo Crivelli
Mostra presentata da Fondazione No Man's Land 

 



La Fondazione No Man's Land presenta, dal 19 settembre al 25 ottobre 2026, presso il Castello Orsini Colonna di Avezzano (AQ), la mostra Archeologie Eclettiche dell'artista Felice Levini (Roma, 1956) e del compositore Carlo Crivelli (Roma, 1953).

Realizzata con il patrocinio del Comune di Avezzano e il sostegno della Fondazione Carispaq e accompagnata da un testo di Massimo Belli, l'esposizione sarà inaugurata sabato 19 settembre alle ore 17.00. Seguirà, alle ore 18.00, una performance musicale ideata per l'occasione dal Maestro Carlo Crivelli.

«Onorati e orgogliosi, come amministrazione comunale, di poter accogliere all'interno del nostro Castello Orsini, simbolo della storia territoriale, una mostra di altissimo livello», commenta il vicesindaco Fabrizio Ridolfi. «Avezzano ha dimostrato in più occasioni di tenere fortemente al vettore culturale, come è già avvenuto con l'esperienza del Premio Avezzano, risorto dopo 25 anni di assenza dalle scene».

«Ad agosto 2025, è stato rinnovato e riaperto al pubblico ufficialmente il polo museale cittadino, al piano nobile del Castello Orsini. La contemporaneità artistica della mostra-concerto si intreccerà e si amalgamerà, quindi, con l'antichità del nostro Castello», afferma l'assessore alla valorizzazione dei siti culturali della città Alessandro Pierleoni. Grazie alla fondazione Carispaq per essere al nostro fianco anche in questo ulteriore viaggio. L'arte cura, accresce e accomuna: la Marsica è pronta anche per questa nuova esperienza multisensoriale».

«La Fondazione Carispaq considera la cultura uno dei principali motori di crescita civile, sociale ed economica del territorio. Per questo ha scelto di finanziare interamente e promuovere Archeologie Eclettiche, riconoscendone il valore strategico per la crescita culturale della Marsica e per la valorizzazione delle sue straordinarie potenzialità. L'obiettivo è contribuire a costruire nel tempo un appuntamento culturale annuale di grande respiro nazionale, capace di portare attenzione, pubblico e nuove opportunità sul territorio e di rafforzarne il ruolo nel panorama culturale italiano», dichiara Fabrizio Marinelli, Presidente di Fondazione Carispaq.

La mostra-concerto nasce dall'idea di rileggere le forme del passato attraverso un doppio registro, visivo e musicale, pensato e realizzato a quattro mani da due maestri dell'ultimo mezzo secolo, già avvezzi alla crossmedialità: se da un lato le musiche di Crivelli presentano un'ormai quarantennale sodalizio con l'immagine e, nello specifico, con il cinema, dall'altro lato l'arte di Levini ha spesso incontrato l'elemento sonoro come parte fondante di numerosi lavori.

Viaggia di fondo l'idea di rendere la storia un display continuo, che dall'antichità raggiunge il giorno d'oggi lasciandosi alle spalle dei reperti la cui natura è maggiormente legata all'occhio e all'orecchio; da questa premessa muove la ricerca di entrambi, l'uno attraverso l'utilizzo di strumenti e di suoni provenienti da diversi luoghi ed epoche, aggiornati e rivisitati in chiave contemporanea, l'altro proponendo l'ironico incontro tra immagini e forme di epoche diverse, raccolte in un'enciclopedia visiva in cui tutto può mischiarsi e partecipare al racconto del mondo.

Questa stratificazione del tempo e dello spazio, sedimentata sia attraverso i brani che all'interno delle opere d'arte diventa, così, un pretesto per raccontare la storia incredibilmente contemporanea dell'antichità.

Il titolo dell'esposizione - Archeologie Eclettiche - allude al percorso di ricerca intrapreso da Felice Levini all'interno del Castello Orsini Colonna, la cui storia tardo-medievale viene riletta e ricondotta al presente.

Il confronto con l'imponente architettura del salone d'ingresso, oggi adibito a teatro, si traduce in tre lavori di grandi dimensioni, parte della serie Progettare il Caos. Oltre trenta metri di figure tracciate a punta di pennarello su carta ripercorrono le vicende della contemporaneità, dal primo Novecento a oggi, dispiegandosi come un fregio lungo la sommità del salone e prolungando idealmente la storia stessa dell'edificio.

Al piano nobile emerge il senso profondo di Archeologie Eclettiche attraverso un florilegio di opere su supporti diversi, che mettono in relazione epoche e civiltà, con riferimenti alla storia dell'arte, alla cultura materiale e al presente. Tra i lavori esposti si segnalano, in particolare, alcune grandi tele dipinte nel tipico stile puntinato dell'artista, le maschere in ceramica con i grandi teli dell'Ottavo Giorno che si avvicendano come arazzi, disegni e opere scultoree che emergono nelle sale come reperti archeologici o objets trouvés.

La narrazione è anticipata nel cortile dalla ciclopica freccia del ciclo Dal Giorno alla Notte, "piovuta dal cielo" davanti alle mura fortificate da Marcantonio Colonna nel XVI secolo: un segnale di ascendenza mitologica che conferisce al luogo una dimensione simbolica e quasi sacrale.

Felice Levini inscena, così, un personale - e allo stesso tempo globale - vocabolario del mondo, fatto di opere capaci di attivare narrazioni sovrapposte, dove tempi, culture e immaginari si incontrano e si trasformano.

Un ruolo centrale nella mostra è affidato all'intervento musicale di Carlo Crivelli, concepito in dialogo con le opere di Felice Levini. Diffuse da postazioni audio distribuite nelle sale del Castello, le composizioni preregistrate di Crivelli, con innesti di musica elettronica, entrano in relazione con i lavori esposti e con l'architettura degli spazi, diventando parte integrante del percorso espositivo.

La serata inaugurale (sabato 19 settembre, ore 18.00) e il finissage (domenica 25 ottobre, ore 17.00) saranno inoltre arricchiti da due performance musicali dal vivo, che assumeranno la forma di veri e propri concerti circolari e diffusi. Superando la tradizionale separazione tra palco e pubblico, i musicisti si succederanno in differenti postazioni sonore collocate sia all'interno della zona espositiva sia nell'auditorium.

I concerti vedranno protagonisti Marco Crivelli alle percussioni, Pasquale Evangelista al pianoforte e il Trio Cardoso (chitarre), composto da Massimo De Foglio, Alessandro Giancola e Guido Ottombrino. Il programma sarà interamente costruito intorno alle composizioni originali di Carlo Crivelli, comprendendo anche brani provenienti da alcune delle sue più note colonne sonore, ripensati per l'occasione in relazione alle opere e agli ambienti della mostra.

L'esposizione sarà aperta al pubblico da martedì a domenica con orario 10.00-13.00 e 16.00-19.00, chiuso il lunedì. Ingresso gratuito. Durante il finissage sarà presentata una pubblicazione in italiano e in inglese edita da Zerynthia Associazione per l'Arte Contemporanea OdV con il testo critico di Massimo Belli e le immagini della mostra. 

Per informazioni:

 T. +39 06 44704249, fondazionenomansland@gmail.com, 

https://nomanslandfoundation.com/home/.

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA