martedì 3 marzo 2026

Il Maestro Jacopo Sipari dirige il Requiem di Mozart al teatro Umberto Giordano il 6 marzo

Orchestra Suoni del Sud

presenta

Concerto Inaugurale V stagione concertistica


 


Wolfgang Amadeus Mozart

Ouverture da Le Nozze di Figaro

messa da Requiem K626

 Veronica Granatiero Michela Nardella

Fabio Serani Giuseppe Nicodemo

Corale Gran Sasso: Maestro Carlo Mantini

Corale Novantanove: Maestro Ettore Maria Del Romano

Direttore: Jacopo Sipari di Pescasseroli

Teatro Umberto Giordano

 


Info: Foggia, Venerdì 6 marzo Teatro Umberto Giordano ore 20,30 Biglietti: https://www.vivaticket.com/it/ticket/l-ultimo-canto-di-mozart/294932 opp.  https://www.happyticket.it/foggia/acquista-biglietti/1-294932-l-ultimo-canto-di-mozart.htm

contatti: +39 080 55.80.195



Jacopo Sipari e l’enigma mozartiano

 

Il direttore salirà sul podio del Teatro Umberto Giordano di Foggia venerdì 6 marzo, alle ore 20,30 alla testa della Ico Suoni del Sud e delle due Corali Gran Sasso e Novantanove, con ospiti Veronica Granatiero, Michela Nardella, Fabio Serani e Giuseppe Nicodemo per inaugurare la V stagione dell’orchestra pugliese con il Requiem in Re Minore K626

 
  



Mozart rappresenta un mistero senza fine, soprattutto per chi lo apprezza. Lo si rilegge continuamente, per scoprire un’immagine nascosta nella partitura, tra i silenzi: la figura che emerge può sembrare sempre la stessa, ma il segno, ora più marcato, ora più sfumato, mette in risalto linee diverse, mentre tutto il resto sembra scomparire dalla memoria, diventando difficile da interpretare. Il direttore artistico della ICO Suoni del Sud Marco Moresco, ha deciso di dare l’abbrivio alla V stagione della giovane orchestra, rinnovata nei suoi ranghi da nuove audizioni, con un omaggio a Wolfgang Amadeus Mozart, scegliendo due pagine opposte, la sorridente ouverture da “Le nozze di Figaro”, che cederà il testimone alla Messa da Requiem in Re minore K626. Un concerto particolare per il quale il direttivo della istituzione ha richiesto sul podio il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, alla testa dell’ Orchestra che sosterrà due formazioni aquilane, la Corale Gran Sasso preparata dal  Maestro Carlo Mantini  e la Corale Novantanove, guidata dal Maestro Ettore Maria Del Romano, con i quattro solisti ospiti, il soprano Veronica Granatiero, il mezzosoprano Michela Nardella, il tenore Fabio Serani e il basso Giuseppe Nicodemo. Venerdì, 6 marzo, l’appuntamento con il tributo al genio di Salisburgo è alle ore 20,30 al Teatro Umberto Giordano di Foggia. “Torno dopo due anni – ha dichiarato il Maestro Sipari – ad inaugurare la stagione di questa orchestra, essendoci incontrati per la prima volta sul palcoscenico dell’Umberto Giordano per un gala celebrativo del centenario della scomparsa di Giacomo Puccini, autore che è parte di me, unitamente alla musica sacra, per la quale sarò di nuovo alla testa dell’ICO Suoni del Sud. Certo, non è semplice pensare al Requiem di Mozart per un concerto inaugurale ma, forse, in questo momento abbiamo bisogno di credere in un mondo migliore, come fece Wolfgang. Questo è un capolavoro che ho diretto tante volte, e con grande piacere ricordo la registrazione con Donata D’Annunzio Lombardi, Annamaria Chiuri, Luciano Ganci e Alberto Gazale, forse irripetibile. E' un pezzo che è maturato negli anni, passando dalla esuberanza giovanile alla ricerca di un tempo e un climax che guarda oggi all’Oltre, all’infinito istante, attraverso quel “pathire” che è imposto dalla vita stessa, ovvero il superamento estatico della ragione, che è, e continua ad essere, riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia dei suoni, della luce delle cose. Mozart si pone in modo veramente diverso dagli altri Requiem, che ho diretto, Verdi in primis, che ingaggia quasi una lotta con Dio, e che forse non risolve, Brahms austero, consolatorio e protestante, il quale non utilizza il testo latino, ma passi della Bibbia in tedesco, concentrandosi non sul giudizio divino, ma sul conforto per chi resta e Faurè, raffinato, intimo e sereno, il quale elimina il Dies Irae, quindi la paura per focalizzarsi sul riposo eterno e sulla pace, quasi una Ninna-nanna. Ricordo il mio Maestro Aurelio Jacolenna che vedeva le mie prime esecuzioni troppo drammatiche e contrastate e che ora solo intendo, come un dialogo personale con Dio, in modo quasi cameristico, nell’affidarsi con estrema consapevolezza nelle Sue mani senza temere nulla, con la certezza assoluta di venire ascoltato e accolto. Un momento, questo, che ha la sua sintesi proprio nel Recordare, ove il testo che fa parte della sequenza, si focalizza sulla richiesta di misericordia a Gesù e la musica sposta l'attenzione dalla paura della dannazione alla speranza della salvezza personale, nella luce del Fa maggiore, quindi il La minore del Confutatis e il Do maggiore positivo della chiamata tra i Benedetti del Voca me. Un concerto e una partitura impegnativa, in particolare, dal punto di vista emozionale, che si unirà alla ouverture delle Nozze,  in cui collaborerò per la prima volta con le due storiche corali aquilane, unitamente ai giovani solisti in carriera, per la cui scelta ho da ringraziare la presidente dell’Orchestra Maria Granatiero e il consulente artistico Gianni Cuciniello”.

La serata principierà con le note che aprono la folle journée delle Nozze di Figaro. La musica si presenta con una limpidezza cristallina, sfavillante e brillante, riflettendo una giovinezza creativa che può risultare anche snervante, caratterizzata da una ripetizione incessante di trilli, esitazioni, stoccate, morsetti, capricci, gridolini. La vitalità intrinseca alla composizione è evidente, ma si rivela anche altro: brevi fanfare, improvvisi scoppi di suono, crescendo che si avvicinano agli esempi di Rossini, rapidi cambi di orchestrazione e di colore, e uno spirito cavalleresco che anticipa anche la licenziosità presente nell’Allegro dell’ouverture di Don Giovanni.

Il Requiem, clou del programma, è l’ultima pietra dell’immenso edificio dell’opera mozartiana: elevato, maturo, compiuto nella sua incompiutezza, sorretto dalla sicurezza di esperienze direttamente vissute, appare affine al profondo sentire bachiano. Pur rispettando tutte le esigenze liturgiche, esso trascende ogni limitazione dogmatica per esprimersi quale personale atto di fede alla soglia della morte. Mozart attua qui la fiducia nel credo massonico, comunicandoci la fiducia della redenzione, attraverso l’amore inestinguibile per un mondo migliore. L’esegesi puritana di sfrondare i sedimenti estranei e riportare in vita soltanto il verbo mozartiano, si rivela presto trovata di stampo sofistico, sensibile alla suggestione evocativa, dal momento che già dal Kyrie, l’originale nudo e crudo è incompiuto e ineseguibile. Il Requiem, trattato sulla morte concepito in articulo mortis dal più psicologico e sensibile dei compositori, ci giunge oggi come un blocco unitario e indivisibile, arcaico e insieme, fuori dal tempo. Arcaico nella gran copia di contrappunto, nei raddoppi dell’orchestra alla maniera antica, assenza di vere e proprie arie, forse per togliere ogni sorta di commentario flemmatico alla crudezza del Giorno dell’ Ira. Mozart guarda indietro, certo ad Handel, a Johann Michael Haydn, ma guarda avanti, dentro di sé e dentro la propria morte. E’ asciutto, tagliente, sintetico, primitivo, come un frammento di Saffo e ci si accorge che lo stesso Requiem, di fatto, non è che un frammento. Il brano iniziale introduce, nella sua profonda drammaticità, un clima di cupezza e introspezione, senz’altro alimentato dall’uso della tonalità d’impianto di re minore, che nel lessico mozartiano reca sempre con sé un orizzonte ombroso. Teatrale è l’attacco, ora in tempo Allegro, e a piena orchestra, della monumentale fuga che dà corpo al successivo Kyrie, che ha la particolarità “antiaccademica” di far precedere la risposta dei soprani al soggetto esposto dai bassi e al controsoggetto dei contralti. Tale persistenza nella regione del Re minore dà vita al maggior colpo di teatro di questa partitura, laddove la coda del Kyrie si unisce, quasi senza soluzione di continuità, al primo dei sei numeri della Sequenza, il “Dies irae”, ancora in re minore. Qui si assiste a un’esplosione di terribilità che non è improprio definire “espressionistica”: il ritmo è ossessivo e sottoposto a processi di diminuzione vieppiù incalzanti, le dinamiche sono tutte vergate nel registro del forte, trombe e timpani raffigurante il Dio judex est venturus. Il suono imponente di un trombone tenore, ripreso dalla voce del basso, simboleggia il segnale che raccoglierà tutti di fronte a Cristo. Ecco dunque il secondo numero della Sequenza, il “Tuba mirum”, che viene poi replicato all’interno del terzo numero di essa, il “Rex tremendae”, in sol minore. Qui l’invocazione omoritmica delle voci del coro al Rex è seguita dalla infinita dolcezza dell’uomo che si rivolge a questo Dio per domandargli “salva me, fons pietatis”. Si passa, quindi, in fa maggiore, all’intreccio delle quattro voci soliste che dà vita al “Recordare”, un momento di stasi destinato a preparare un nuovo climax: quello che ha luogo nel successivo “Confutatis”, in la minore, dove il ritmo vorticoso e violento dell’orchestra accompagna le voci virili mentre rappresentano le fiamme del giudizio divino. L’ultimo numero della Sequenza, il “Lacrimosa”, è il brano di cui Mozart compose solo le prime otto battute: quanto basta, a ogni modo, per conferirgli il suo carattere espressivo. I due numeri dell’ Offertorium, il Sanctus, il Benedictus e l’Agnus Dei, meno convenzionali di quanto non si sia detto, sono scritti da Süßmayr, il quale termina con un Communio nel quale si riascoltano ciclicamente i materiali dell’ Introitus e del Kyrie, come pare avesse prescritto oralmente lo stesso compositore salisburghese sul letto di morte. Il Maestro Sipari, Il Maestro Sipari, dopo aver licenziato uno splendido video de' La Tempesta sul lago, primo oratorio del Cardinale Domenico Bartolucci, sia dal punto di vista musicale e soprattutto nella indovinatissima spazialità sonora e visiva da parte di Giacomo Iacolenna, in Roma, nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli, quale concerto istituzionale del Giubileo, unaimponente produzione, nata dalla sinergia della Kosovo Philarmonic con la Fondazione Domenico Bartolucci, e solisti, il soprano Besa Llugiqi, il mezzosoprano IvanaHoxha, il tenore Carlos Cardoso e il basso-bariton Biagio Pizzuti, con i Filarmonici e del coro dell’Opera del Kosovo, questo doppio Mozart lo dovrà guadagnare a ogni lettura, a ogni compenetrazione, quanto il pubblico ad ogni ascolto. Questo l’agone in cui tutti bisogna tuffarsi: se scarti appena un po’ da quel grappolo di note con le quali sei sicuro di avere una consuetudine senza grinze, e cerchi di intenderle, tenti di avvertirne il senso, non più semplicemente acustico, capisci che stai avventurandoti per le sabbie mobili, per riuscire ad esprimere l’inferno e insieme il paradiso, ovvero la caratteristica del sentire mozartiano, che non privilegia l’una faccia o l’altra, per non sciogliere i propri enigmi.

 

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"Con affetto e stima... Dediche a Maurizio Valenzi"

Sabato 7 marzo alle 11:00 nella sede del Maschio Angioino Sala Litza Cittanova Valenzi

presentazione del libro "Con affetto e stima... Dediche a Maurizio Valenzi"

una rete di relazioni di interesse storico che emerge dal gesto della donazione di libri

 




Per Guida editori e con il contributo del Ministero della cultura, la Fondazione Valenzi ha curato la pubblicazione di un libro che trascrive e in parte illustra con immagini le dediche presenti nei volumi della Biblioteca Maurizio e Litza Valenzi. 
Dopo i saluti di Lucia Valenzi, intervengono la storica Gloria Chianese, il giornalista Enzo D'Errico, l'editore Diego Guida. Sono presenti Maria Rosaria Bacchini, Giulio Delle Donne e Olga Scotto di Vettimo che hanno collaborato alla pubblicazione insieme allo staff della Fondazione Valenzi e ai giovani del Servizio civile.

Nel testo emergono i nomi e i messaggi di dedica degli amici di sempre e compagni della lotta antifascista di Maurizio Valenzi come Loris Gallico (che scrive sul frontespizio un'intera poesia in francese), ma anche di personalità politiche come Giorgio Napolitano. Dirigenti comunisti come Nilde Jotti, socialisti e democristiani come Giulio Andreotti. Artisti come Renato Guttuso (che a volte arricchiscono la dedica con piccoli disegni), insieme a storici come Giuseppe Galasso. Ci sono avvocati napoletani, ma anche il cantante Sergio Bruni. Altri sono francesi, tedeschi, spagnoli, arabi. "La caduta" è dedicata dallo stesso Albert Camus, un altro libro dal poeta turco Nazim Hikmet, accanto ad uno regalato da un autista e un altro ancora da un vigile del Comune.


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Inaugurazione mostra "Fragilità. Visioni di una forza formativa"

 FRAGILITÀ
VISIONI DI UNA FORZA FORMATIVA

DADAMAINO MORELLET SASSOLINO UMBERG VARISCO


A CURA DI DAVIDE MOGETTA

 


 

 

INAUGURAZIONE GIOVEDÌ 12 MARZO 2026 ORE 18:00 

CATALOGO CON SAGGIO DI DAVIDE MOGETTA
12 MARZO - 6 MAGGIO 2026


La galleria A arte Invernizzi inaugura giovedì 12 marzo 2026 alle ore 18 la mostra Fragilità. Visioni di una forza formativa, a cura di Davide Mogetta. L’esposizione intende indagare la tensione formativa della fragilità in alcune opere di Dadamaino, François Morellet, Arcangelo Sassolino, Günter Umberg e Grazia Varisco. Il progetto nasce da un dialogo fra Günter Umberg e Davide Mogetta a proposito della persistenza nella sua arte, a partire dagli anni Settanta, di un motivo insieme strettamente individuale e universale: l’incontro con la vulnerabilità.

Negli ultimi anni il tema della fragilità ha attraversato in vari modi le riflessioni sull’arte ed è soprattutto tornata in primo piano l’esperienza della fragilità del vivente, e più in particolare dell’umano: non solo come conseguenza di grandi crisi naturali, ma anche a seguito degli sconvolgimenti politici e sociali che ci circondano. Della fragilità ci si vuole certo prendere cura per salvaguardare ciò che è fragile; ma si vuole anche, talvolta, cambiarla di segno per trarne nuove energie. In un caso come nell’altro, sembra però che fragilità e resistenza debbano in fondo restare separate. Salvaguardare il fragile, insomma, o trasformarlo in forte. Eppure almeno in alcune ricerche artistiche sembra possibile riconoscere un altro percorso. È il tentativo di cogliere la fragilità all’interno della stessa tensione formativa. Non affinché quella forza la salvi, o la faccia reagire e la trasformi, ma perché la fragilità possa farsi forma di opere in sé potenti: tanto più potenti quanto più manifesta è la loro fragilità. Questa non diventa allora una forza formativa, lo è; e intesse concretamente le opere formandole. Lo fa a partire dal loro materiale, attraverso il modo in cui esso viene manipolato, e fino al modo in cui esse possono essere esposte e osservate.

Questa ipotesi è esplorata attraverso i lavori di cinque protagonisti appartenenti a diverse generazioni dell’arte internazionale. Le loro opere sono state presentate insieme in alcune occasioni, ma gli accostamenti proposti in questo progetto sono inediti. Essi invitano a interrogare il senso assunto dalla fragilità nei loro percorsi creativi, per affinità o contrasto. Può essere un tratto dell’esperienza interiore, che possiamo cogliere; può essere l’esito di una riflessione, ora sulla condizione umana, ora sui limiti della ragione, che sempre deborda nel sentire e nel fare artistico. In tutti i casi la fragilità caratterizza, in modi singolari, la fattura stessa delle loro opere. Ma questo non coincide in nessuna delle loro ricerche con una presa di posizione debole o rinunciataria, né con il lasciarsi indietro la fragilità da cui muovono. Essa, piuttosto, fa corpo unico con la tensione immaginativa, generatrice di forme allo stesso tempo precarie e solide, stabili e inquiete. Ecco allora che l’esposizione propone cinque visioni di una forza formativa che non è altro che fragilità. Invita a osservarla nelle opere medesime, nella misura in cui il loro farsi forma rende possibile cogliere dei rimandi a dimensioni ulteriori dell’esperienza.

Apre la mostra l’opera di François Morellet π piquant neonly n°10, 1=10° (2008) in dialogo con π piquant neonly n°9, 1=6° (2007) presentata nella sala al piano superiore. Le due opere declinano il rapporto fra rigore geometrico-sistematico e sorpresa del caso, attraverso l’utilizzo di un materiale fragile e di accesa luminosità quale i tubi al neon. Nello stesso spazio sono esposte opere recenti di Arcangelo Sassolino: due in cemento e acciaio e due in vetro, acciaio e poliestere, le quali tradiscono l’attesa solidità del materiale che le costituisce con il loro aspetto vulnerabile.
Nella sala attigua Günter Umberg presenta opere in cera e pigmento su carta, risalenti ai primi anni Settanta, momento germinale del suo fare. In questi lavori egli trasforma la propria esperienza personale, irripetibile, imprimendo una forma artistica che apre a nuove immagini inattese.

Al piano inferiore della galleria vi è l’installazione Reticenze di Grazia Varisco realizzata per l’occasione, in cui l’artista deforma e riforma delle strutture reticolari in metallo, sospendendo l’istante di un movimento, che dialoga con quattro opere di Dadamaino, dai cicli “Il movimento delle cose” e “Sein und Zeit”, realizzati negli anni Novanta, i cui tratti che s’inseguono su fogli di poliestere, sembrano rendere visibile il paradosso di un gesto che è tanto più compiuto quanto più accetta di non potersi compiere una volta per tutte.
Il percorso espositivo si conclude con la recente installazione di Günter Umberg, in cui la relazione ritmica tra i sei lavori singoli che la compongono genera una forza attrattiva, il desiderio di avvicinarsi quanto più possibile all’opera, persino di toccarla, e che deve però rimanere interdetto per non distruggerla. Forza di attrazione e distanza si trovano in un conflitto costruttivo.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue contenente un saggio di Davide Mogetta, la riproduzione delle opere in mostra e un aggiornato apparato biografico degli artisti esposti.

 

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Torna l’iniziativa “Raccontare i Cantieri”: il giovedì dal 5 marzo a fine luglio 2026 aprono al pubblico i cantieri di Pompei



Torna dal 5 marzo, tutti i giovedì fino al 23 luglio, l’iniziativa “Raccontare i cantieri” alla sua quinta edizione, che consente la visita ai cantieri di manutenzione, valorizzazione e restauro in corso presso i siti del Parco archeologico di Pompei.

 

19 cantieri, dalla Casa del Labirinto alla Domus di Cesio Blando, passando per la Necropoli di Porta Stabia, l’Insula Meridionalis, le ville di Stabia, la Reggia di Quisisana, il Patrimonio verde del Parco. E ancora, la villa extra-urbana di Civita Giuliana, la Casa di Giulio Polibio, il Restauro architettonico e revisione delle coperture della Villa A, i depositi di San Paolino, gli scavi e messa in sicurezza dell'ingresso antico di Villa dei Misteri e altri ancora. Un calendario fitto di appuntamenti dentro e fuori le mura della città antica.

 


 

Un’occasione per conoscere la delicata e al tempo stesso complessa attività di scavo, di messa in sicurezza, restauro e manutenzione, attraverso il racconto e la visione in diretta degli esperti sul campo – archeologi, architetti, restauratori e ingegneri. Ma anche un’occasione di poter fruire in anteprima assoluta di dimore di eccezionale pregio e raffinatezza o di straordinaria condizione di ritrovamento.

 
“L’iniziativa è organizzata dall’Ufficio Tecnico del Parco.

 
Tutti i possessori della MyPompeii Card, nonché i nuovi acquirenti, potranno prenotare la visita prescelta secondo il calendario disponibile, scrivendo al seguente indirizzo e-mail: mypompeiicard@cultura.gov.it.

 
Le prenotazioni dovranno pervenire entro le ore 14.00 del giorno precedente la data scelta. I gruppi di visitatori dovranno essere costituiti da un massimo di 20 persone per turno.

 


 

I partecipanti dovranno presentarsi con l’informativa allegata debitamente sottoscritta e prendere visione del cartello informativo predisposto.

 
Il calendario dei cantieri potrebbe subire variazioni; si invita pertanto a verificare di volta in volta la programmazione aggiornata sul sito.”

 

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lunedì 2 marzo 2026

La Mediateca Regionale Ligure “S. Fregoso” e l’ACIT, l’Associazione Culturale Italo Tedesca, presentano la mostra didattica “Thomas Mann e la democrazia”




La Spezia, 2 marzo 2026 – La Mediateca Regionale Ligure “S. Fregoso” del Comune della Spezia, in collaborazione con l’Associazione Culturale Italo Tedesca, presenta la mostra didattica del Goethe InstitutThomas Mann e la democrazia”, che verrà inaugurata nella sede di Via Firenze 37 venerdì 6 marzo alle ore 17:00, alla presenza del Sindaco Pierluigi Peracchini.

“Un’esposizione che racconta non solo la storia di un grande scrittore, ma il coraggio di un intellettuale che seppe cambiare le proprie idee fino a diventare un fermo difensore della democrazia – dichiara il Sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini - portare alla Spezia questo percorso significa offrire ai cittadini, e in particolare ai giovani, un’occasione preziosa di riflessione sui principi democratici, soprattutto in un tempo come il nostro, segnato da scenari geopolitici complessi e delicati.  Un ringraziamento all’Associazione Culturale Italo Tedesca e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa.”

La mostra, a ingresso libero e in esposizione fino al 24 marzo, è dedicata a un particolare aspetto della biografia di Mann: l’evoluzione delle sue riflessioni politiche, passando da una posizione conservatrice, di fedeltà alla Germania del Reich guglielmino, a un atteggiamento di appassionata difesa della democrazia weimariana e di netta opposizione al nazionalsocialismo. 

Inoltre, in occasione della mostra, lunedì 16 marzo alle ore 11:00 il Cinema Odeon della Mediateca ospiterà la conferenza dal titolo "Ripercorrendo Thomas Mann. La vita, i personaggi, la testimonianza politica, l’identità e la musica tra Eros e Thanatos" a cura di Emanuela Marcante dell’Associazione "Il Ruggiero" di Bologna. L’evento, destinato in primo luogo alle scuole, è a ingresso libero e aperto a tutti gli interessati. 

Il percorso espositivo, che ha il patrocinio del Comune della Spezia, è organizzato da ACIT La Spezia APS, la Mediateca Regionale Ligure “S. Fregoso”, dal Liceo “Mazzini” indirizzo linguistico e da Literaturhaus München, con il gentile contributo del Goethe Institut.

La mostra

Il progetto della mostra bilingue, la cui realizzazione alla Spezia vede coinvolti gli studenti dell’Indirizzo Linguistico del Liceo “Mazzini”, trae origine dal 150° anniversario della nascita di Thomas Mann (1875 – 2025).  In questa occasione, il Museo Buddenbrookhaus di Lubecca (e in precedenza la Literaturhaus di Monaco) ha scelto di mettere in evidenza la dimensione politica degli scritti di Mann: un intellettuale dalle opinioni contraddittorie e vicine al nazionalismo, espresse nel volume “Considerazioni di un impolitico” (un testo del 1918 dal quale l’autore prese poi le distanze), che a seguito dei tragici sviluppi storici e delle vicende travagliate della repubblica di Weimar diventerà uno dei più accesi e ferventi sostenitori della democrazia. Partendo dal complesso percorso politico del grande autore tedesco, il progetto mira a stimolare nelle giovani generazioni una riflessione sul tema dei valori democratici e dei rischi a cui sono esposti ancora oggi.

La svolta politica di Mann avviene nel giugno 1922, quando il Ministro degli Esteri Walther Rathenau, una delle grandi personalità della Germania weimariana, viene assassinato da alcuni estremisti di destra: proprio nell'ottobre dello stesso anno, Thomas Mann tenne a Berlino il famoso discorso “Von deutscher Republik” (“Sulla Repubblica tedesca”), in cui prese netta posizione in difesa della democrazia.

Negli anni ‘20 e nei primi anni ‘30, Mann comparve spesso in pubblico, anche all’estero: la sua notorietà andò crescendo nel 1924, a seguito della pubblicazione de “La montagna incantata”, e venne ulteriormente confermata dall’assegnazione del premio Nobel nel 1929. La nomina di Hitler a cancelliere del Reich il 30 gennaio 1933 non lo spinse immediatamente a optare per l’esilio, ma il precipitare degli eventi successivi (perquisizioni, sequestri di beni, denunce) lo costrinse a non rientrare dal giro di conferenze letterarie che aveva intrapreso in vari paesi europei. Fu esule con la sua famiglia in Svizzera e per un breve periodo nella Francia del Sud. Nel 1938 emigrò negli Stati Uniti, prima a Princeton, sulla costa orientale, e dal 1942 a Pacific Palisades, Los Angeles. La casa di Mann divenne simbolo del suo impegno per la democrazia e luogo d’incontro per molti emigrati di lingua tedesca: qui scrisse alcune opere fondamentali, come “Doktor Faustus”, e molti dei suoi discorsi politici, tra cui la maggior parte dei suoi interventi radiofonici alla BBC “Deutsche Hörer!” (“Ascoltatori tedeschi!”). Da ottobre 1940 a novembre 1945, Thomas Mann tenne 58 discorsi radiofonici per la BBC, che vennero trasmessi in contrapposizione alla propaganda nazista in Germania e nei territori occupati.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Thomas Mann non tornò definitivamente nel suo Paese natale, affermando che la stessa Germania e il popolo tedesco avessero una responsabilità politica e morale per i crimini del nazionalsocialismo.

La mostra presenta un utile apparato informativo sulla vita del grande scrittore e sulla sua famiglia: la moglie Katia Pringsheim, i sei figli e i suoi rapporti con il fratello Heinrich, anch’egli scrittore, fin dal 1914 schierato su posizioni socialdemocratiche e contrario alla guerra.

Info 

Mediateca Regionale Ligure “S. Fregoso” 
Via Firenze 37

19126 La Spezia

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Dante e Giotto. Itinerari danteschi - Visita guidata al Museo Lia

 Dante e Giotto.  Itinerari danteschi

Visita guidata a cura di Elena Gerini

 al Museo Lia

Sabato 7 marzo ore 11:00

 




La Spezia, 2 marzo 2026 –  In occasione di “Dante e Giotto. Itinerari danteschi alla Biblioteca Mazzini e al Museo Lia”, un percorso promosso dai Servizi Culturali con l’obiettivo di offrire alla cittadinanza una riflessione più ampia e articolata sul contesto storico, culturale e figurativo dell’età dantesca, è prevista sabato 7 marzo ore 11.00 una visita guidata al Museo Civico “Amedeo Lia” a cura di Elena Gerini.

Il percorso proposto dal Museo Civico “Amedeo Lia” coinvolge i capolavori figurativi della Collezione Civica, offrendo un confronto visivo diretto con il contesto storico in cui Dante visse e operò. Il significativo nucleo di dipinti a fondo oro, databili agli anni della vicenda biografica dantesca, si apre con il Compianto di Lippo di Benivieni, realizzato a Firenze allo scadere del XIII secolo, in anticipo rispetto alla rivoluzione giottesca.

Cennino Cennini, nel suo Libro dell’Arte (fine XIV secolo), scrive di Giotto: “Rimutò l’arte di dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno”. Un’affermazione che sottolinea il ruolo fondativo di Giotto nella cultura figurativa occidentale. Il progressivo superamento della maniera bizantina e il recupero della tradizione occidentale segnano l’affermarsi di un linguaggio nuovo, “moderno”, capace di parlare a un pubblico più ampio.

È lo stesso passaggio che, in ambito letterario, compie Dante scegliendo il volgare come lingua universale della Commedia. Il percorso museale – attraverso tavole, miniature e oggetti d’arte – restituisce così la temperie culturale dell’età di Dante e Giotto, mettendo in luce le profonde affinità tra rivoluzione linguistica e rinnovamento figurativo.

Tra le opere esposte spicca la piccola ancona devozionale, probabilmente ricomposta nel XVIII secolo utilizzando preziose tessere vitree della prima metà del Trecento. Le cinque lastre di vetro dorato e graffito, attribuite a un artista tedesco attivo in Umbria e nel cantiere della Basilica di Assisi, noto come Fra Teutonico, provengono dal Tesoro di San Fortunato di Todi. In origine facevano parte di un dittico reliquiario citato in un inventario del 1327, testimonianza preziosa della devozione e della cultura figurativa del tempo.

Un itinerario diffuso che, tra Archivio di Stato, Biblioteca Mazzini e Museo Lia, invita cittadini e visitatori a riscoprire Dante non solo come autore, ma come protagonista di una stagione culturale che ha trasformato profondamente il modo di scrivere, dipingere e rappresentare il mondo.

Info 

Museo Civico “Amedeo Lia”
via del Prione, 234 - La Spezia

 

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Castello di Rivoli - Inserzioni: Gabriel Chaile, Lonnie Holley, Huda Takriti

 Inserzioni
A cura di Francesco Manacorda
Gabriel Chaile, Lonnie Holley, Huda Takriti
Intervento di Huda Takriti a cura di Linda Fossati

27 marzo – 23 agosto 2026 
Edificio Castello, I e II piano

 

Gabriel Chaile (San Miguel de Tucumán, Argentina, 1985) Salir del surco al labrar la tierra (Uscire dal solco mentre si lavora la terra) 2014, (dettaglio) mattoni, uova, luce, metallo. Veduta dell’allestimento, Gabriel Chaile. Contemplating is How We Have Been Changing, Tabakalera. International Centre For Contemporary Culture, San Sebastián, 2024 Courtesy l’artista, Tabakalera. International Centre For Contemporary Culture, San Sebastián, ChertLüdde, Berlin e / and BARRO Arte Contemporáneo, Buenos Aires



Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta la seconda edizione di Inserzioni, il programma semestrale di commissioni che introduce nuove opere concepite in dialogo attivo con le sale barocche normalmente dedicate alla Collezione permanente, trasformandole in un dispositivo espositivo in continua evoluzione. Il progetto interviene nella narrazione museale invitando artisti contemporanei a misurarsi con l’architettura incompiuta del Castello e con la stratificazione storica e simbolica delle sue sale, attivando relazioni inedite tra opere, spazio e memoria.
 
A cura di Francesco Manacorda, con l’intervento di Huda Takriti curato da Linda Fossati, Inserzioni coinvolge per questa edizione Gabriel Chaile, Lonnie Holley e Huda Takriti, le cui pratiche affrontano temi legati alla memoria, alla genealogia e alla costruzione delle narrazioni collettive in contesti geografici e culturali differenti. Concepite usando le sale auliche come punto di partenza non neutrali, le opere si inseriscono nel percorso della Collezione, contribuendo a rinnovarne periodicamente l’allestimento e ad ampliarne la prospettiva culturale. Attraverso queste commissioni il Museo prosegue nel ripensamento dei canoni della storia dell’arte, aprendosi a tradizioni e visioni che interrogano criticamente le narrazioni occidentali dominanti.
 
Il progetto si radica nella vocazione originaria del Castello di Rivoli come luogo aperto all’intervento diretto degli artisti, in cui l’architettura diventa condizione generativa. Gli artisti sono così chiamati a partecipare attivamente alla scrittura della storia espositiva del Museo, contribuendo all’evoluzione del suo patrimonio culturale.

 

 Gabriel Chaile (San Miguel de Tucumán, Argentina, 1985) presenta un intervento in relazione al pozzo medievale del Castello, elemento che connette l’edificio alla collina su cui sorge. Lo spazio viene trasformato in un ambiente sospeso tra diorama storico e scenario fantascientifico, in cui una figura antropomorfa in creta interagisce con elementi scultorei evocativi di un accampamento precario, suggerendo una condizione di sopravvivenza post-apocalittica. La ricerca dell’artista si fonda sul concetto di “genealogia della forma”, secondo cui le forme custodiscono stratificazioni culturali e tracce di memorie individuali e collettive. Realizzate con argilla, terra e adobe, le sue sculture si ispirano alle tradizioni artigianali e alle cosmologie indigene del nord-ovest argentino, evocando narrazioni ancestrali e processi di trasmissione culturale. In dialogo con i frammenti di affreschi storici presenti nella sala, l’intervento intreccia memoria architettonica e immaginazione contemporanea, riflettendo su storia, identità e trasformazione.
 
Lonnie Holley (Birmingham, Alabama, Stati Uniti, 1950) presenta un gruppo di nuove sculture e dipinti concepiti per la Sala dei Continenti, decorata nel XVIII secolo con rappresentazioni allegoriche che riflettono la visione geopolitica dell’epoca. Estendendo la tradizione della Black Art del sud degli Stati Uniti, Holley trasforma materiali trovati e di recupero – legno bruciato, metallo, plastica e oggetti di uso quotidiano – in assemblaggi che attivano le narrazioni insite nei materiali stessi. Attraverso un processo intuitivo e improvvisativo, Holley affronta temi quali memoria collettiva, disuguaglianze sociali, violenza storica e possibilità di trasformazione spirituale e politica. Nel contesto del Castello, le opere instaurano una tensione critica con le rappresentazioni storiche della sala, proponendo nuove prospettive sul potere e sulla memoria. Sculture e dipinti su trapunta evocano presenze collettive e genealogie simboliche che ridefiniscono la percezione dello spazio espositivo.
 
La pratica artistica di Huda Takriti (Damasco, Siria, 1990; vive e lavora a Vienna) intreccia ricerca d’archivio, video e performance, dando vita a installazioni che mettono in relazione immagini in movimento e materiali storici con il contesto architettonico. Per Inserzioni, l’artista presenta un progetto che indaga il ruolo delle immagini, del cinema, delle istituzioni e dell’industria nella costruzione delle narrazioni storiche del secondo dopoguerra. Il progetto riunisce il video Clarity is the Closest Wound to the Sun (2023) e due nuove produzioni, tra cui It Is Always Midnight In Their Minds (2026), sviluppate a partire da ricerche condotte in archivi italiani. L’opera indaga il rapporto tra l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), le ex colonie europee – comprese quelle italiane – e quelle ancora in lotta per la liberazione negli anni Cinquanta e Sessanta, esaminando le intersezioni tra sostegno politico, interessi economici e produzione cinematografica nel contesto dei processi di decolonizzazione. Accanto ai video, Takriti realizza un’installazione in vinile concepita come un affresco contemporaneo che si estende lungo le pareti della Sala 29, stabilendo un dialogo con gli affreschi storici della residenza. Il progetto riflette sulle modalità attraverso cui le narrazioni storiche vengono costruite e trasmesse, interrogando il ruolo delle immagini nella costruzione dell’immaginario collettivo.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi

 


Venerdì 6 marzo alle ore 18:00 presentazione del libro Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi (NEO).

Romanzo Vincitore del “Premio Nazionale di Narrativa” Neo Edizioni – 2025.

Ha ventidue anni Lucas quando torna a casa in manette, scortato dai carabinieri. L’accusa è già nota, il verdetto già emesso, ma nessuno conosce ancora il movente. Il ragazzo spiegherà perché ha ucciso quei bambini, a una sola condizione: che gli sia concessa una camminata nel bosco insieme a don Raffaele. Il prete se n’è andato dal paese molto tempo prima, e non immagina perché Lucas voglia parlare proprio con lui, ma è un uomo di Dio e non può rifiutare. Ciò che lo aspetta è più di una confessione. È una via crucis. A raccontarla è Olga, la madre del ragazzo. “La strega del villaggio”, così la chiamano. Nelle parole della donna, la storia della sua famiglia si mescola a quella della comunità in cui vive – ed è una storia di povertà, esclusione e violenza. Ma è anche la storia dell’amore che lega un figlio e sua madre. Di cosa può diventare l’amore se affonda le radici nella solitudine e nel dolore.

Il giardino dei fiori infelici è un romanzo sulla colpa, sulle conseguenze del silenzio, sull’orrore che germoglia da altro orrore.
Un’opera gotica misteriosa. Il racconto di un mondo in cui la disperazione non risparmia nessuno: perché anche le vittime, in una
remota vallata alpina, possono diventare carnefici.


Libreria Liberi Tutti
via Tommaseo 49
La Spezia

 

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