Varna State Opera
Presenta
Giacomo Puccini
TURANDOT
Per i cento anni dalla prima
Vincenzo Costanzo
È
CALAF (ruolo di debutto)
Orchestra dell’Opera
di Stato di Varna
Direttore
M° Jacopo Sipari di Pescasseroli
Regia: Kuzman Popov
Summer Arena di Varna – Bulgaria
Mercoledì 22-Giovedì 23 luglio ore 21:00
Info.: opera@tmpcvarna.com Telefono: +359 52 665 020 - Biglietti online: EVENTIM, GRABO
Il sogno di Vincenzo Costanzo-Calaf
Il tenore napoletano debutta in Turandot il 22 luglio, alle ore 21:00, nell’incantevole cornice del teatro all’aperto di Varna, elevando il celebre “Nessun dorma!” sotto le stelle di Bulgaria e la bacchetta dell’ambasciatore pucciniano Jacopo Sipari di Pescasseroli, al suo fianco una principessa di ghiaccio d’eccezione, Saioa Hernàndez. In orchestra anche una piccola rappresentanza del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno con i suoi eccellenti fiati
E’ il sogno di ogni tenore quel “Vincerò”, elevato con accento eroico, nella notte, contro la luna, simbolo della principessa Turandot. Dopo il successo in Cavalleria Rusticana in Sofia, acclamato Turiddu, il tenore napoletano Vincenzo Costanzo, debutterà il ruolo di Calaf nella Turandot del centenario, evento del Summer Festival dell’Opera di Varna, firmato da Daniela Dimova, mercoledì 22 luglio. “Per me è veramente un'emozione unica – ha affermato il tenore Vincenzo Costanzo - debuttare in uno dei ruoli più iconici per il tenore. Sono felicissimo di farlo con un grande Direttore quale è Jacopo Sipari di Pescasseroli, il quale nel repertorio pucciniano reputo sia straordinario e stiamo lavorando molto bene per dar vita al Principe Ignoto, impavido e passionale, ostinato e disposto all’estremo sacrificio, per vincere una sfida d'amore e potere.Sono davvero felice di essere qui per debuttare nel mio primo Calaf: un sogno che si avvera”. “Sono molto felice di partecipare al festival estivo dell’Opera di Varna – ha continuato il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli - che ormai frequento ininterrottamente da quasi dieci anni e in particolare sul podio di questa Turandot del “centenario”. E’ questa un’opera a me cara poiché è stata la prima che ho diretto al Teatro Puccini, quando ho iniziato a lavorare come direttore principale, e resta una partitura che mi ha sempre accompagnato durante tutta la mia vita. Farla qui ha un significato e un'emozione del tutto particolari. È un vero onore assistere e partecipare al debutto di Vincenzo, che sarà sicuramente un cantante straordinario: ha una vocalità fantastica per questo ruolo. È anche un enorme piacere ritrovare la grande Saioa Hernandez, dopo l'esperienza all'Opera di Roma, per gli Oscar della lirica. Una grandiosa produzione questa, che sarà il giusto preludio per il grande e attesissimo gala di Ermonela Jaho, che concluderà in modo speciale questo mese di luglio”. Due le date alla Summer Arena di Varna, mercoledì 22 e giovedì 23 luglio, alle ore 21, dove Turandot vivrà della regia di Kuzman Popov, con i costumi e la scenografia di Nela Stoyanova e in orchestra una piccola rappresentanza del Conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, che vede Manuel Pio Magurno al clarinetto, Giovanni Russo e Rosa Orlotti al corno, con Francescopio Sandulli alla tromba, degni eredi del magistero di fiati salernitano. Sarà una Turandot fedele all’idea drammaturgica di Giacomo Puccini, debutterà sul palcoscenico di Varna, con le voci di Saioa Hernandez, nel ruolo del titolo (il 23 canterà Gabriela Georgieva) Vincenzo Costanzo, che impersonerà Calaf (in seconda replica sarà Valeriy Georgiev il Principe Ignoto) e della coppia Marija Jelić e Ilina Mihaylova che divideranno il ruolo di Liù, nel corso delle due recite. Su di un palcoscenico, delimitato dai simboli dell’antico Oriente e da massicce e invalicabili porte di ferro, regna sovrana Turandot, una delle muse nere della lirica. L’indirizzo pucciniano era quello di ricondurre la fiaba cinese ad una dimensione vicina alle fonti orientali, da rituale tragico e crudele, pertanto “disumano”, dove la figura ieratica, lontana, anzi irraggiungibile della principessa, l’intoccabilità mitica, secondo cui Turandot viene pensata, impostata e svolta dall’impassibile e scatenante apparizione silenziosa, ma annunciata dal celebrato tritono, il diabolus in musica, che fu quello del barone Scarpia, che l’orchestra scandisce Tu-ran-dot, del Primo Atto, al protagonistico giganteggiare nel secondo, non ammette di venire sgelata e umanizzata per la struttura e l’essenza del personaggio. Figura “gelida”, come la definisce una vocalità ad hoc, che è nuova in Puccini, vocalità “pesante” in rimando al Richard Strauss di Elektra e Salomè, nelle puntate subitanee ed impervie, per tessitura e spessore del peso declamatorio. Questo il calcolatissimo “gelo” di Turandot, più che l’enigma, l’emblema della Principessa di Ghiaccio. La Turandot pucciniana rifiuta l’uomo e lo punisce per vendicare la memoria di un’ava stuprata e uccisa (mai tema più attuale), compenetrata e posseduta dal ricordo dell’antenata e dal fantasma della “notte atroce”, in cui morì. La principessa di gelo nel lanciare il terzo e decisivo enigma a Calaf, simbolo in luogo di creatura, stratificazione di odio che non lascia posto all’amore, scatena un’opera sotto il segno del nero e del rosso, di notte, sangue e morte, anziché di luce e di vita, di cui è motore l’orchestra. Il Maestro Jacopo Sipari, si troverà alla testa di un forte e variatissimo spiegamento corale, un’orchestra molto nutrita in buca e una seconda, interna, con soli ottoni, saxofono, percussioni e organo, quindi del Coro e del Balletto dell'Opera Statale di Varna e della Gioventù di Varna, di volta in volta sgomento e inneggiante, crudele o atterrito, di primitiva violenza o teneramente partecipe, anche l’orchestra è quasi un personaggio fra le dramatis personae, in quanto determina l’atmosfera passo passo, inventando effetti coloristici violenti e preziosi al tempo stesso. Sarebbe spettacolo anche vedere e conoscere le percussioni inconsuete e orientaleggianti, tam tam, gong cinesi con nove altezze sonore, un gong grave posto in scena che è strumento musicale e strumento drammatico per i colpi che Calaf sferra su esso, lanciando la sfida a Turandot, uno xilofono, uno xilofono basso, ossia un basso birmano, anzi siamese, campane tubolari, celesta, glockenspiel e un tamburo di legno di registro grave, questi i colori della Cina di Puccini. E’ proprio questo il nuovo e ultimo viaggio di Puccini, l’ultimo approdo, un’evasione dal mondo occidentale, per la quale il compositore aveva già fatto follie in passato, con Madama Butterfly e, che ora, aveva finito di stregarlo. La partitura esce allo scoperto, grondante di suoni, splendente di impasti ferrigni e luci adamantine, stellari, un astro fra soffici nubi corali, ora balenanti ora soavemente adagiate nello spazio, come la coda di una cometa. Ma non si tratta di un pellegrinaggio, è una partita molto più dura: Ping (Plamen Dimitrov), Pang (Artem Arutyunov), Pong (Plamen Raykov), ne dettano le regole, con le quali potresti anche perdere la testa nel giro di qualche battuta, specialmente dopo il “Vincerò” di Calaf. Con loro Timur, cui darà voce Deyan Vatchkov, Altoum, Mihail Valchev, un mandarino, Velin Mihaylov. Il canto tenero di Liù, che accarezza il bamboleggiare dei toni interi, con donazioni più intense, eleva una corrispondente pietà dal coro, l’unica pietas consapevole che l’opera conosca.
COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA