Visualizzazione post con etichetta Mostre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mostre. Mostra tutti i post

mercoledì 23 settembre 2026

Claudio Verna. La luce è un luogo

A cura di Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli

25 settembre - 25 ottobre 2026
Villa delle Rose

Via Saragozza 228/230, Bologna
www.museibologna.it/mambo

Inaugurazione
Giovedì 24 settembre 2026 ore 17.00

Claudio Verna, Turquois, 2022. Acrilico su tela, 100 x 100 cm

 

 

 Bologna, 23 settembre 2026 - Dal 25 settembre al 25 ottobre 2026 la sede storica di Villa delle Rose del Settore Musei Civici del Comune di Bologna ospita la mostra Claudio Verna. La luce è un luogo, dedicata a uno dei maestri e assoluti protagonisti della pittura italiana del secondo Novecento.

Il progetto, a cura di Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli e realizzato in collaborazione con LABS Contemporary Art, non si configura come una semplice antologica ma come un percorso espositivo rigoroso e calibrato, pensato per restituire il ritmo, la tensione dinamica e la vitalità che attraversano oltre sessant'anni di ricerca artistica.

Il titolo della mostra, tratto da un verso di Dylan Thomas e assunto da Verna anche per un’opera del 2010, contiene già una possibile chiave di lettura del progetto espositivo. La luce è un luogo: non semplicemente qualcosa che illumina un ambiente, ma qualcosa che costituisce l'ambiente stesso. In questa formulazione la luce perde la propria funzione subordinata, quella di rendere visibile una forma già esistente, e diventa materia costitutiva dello spazio.

È precisamente ciò che accade nella pittura di Verna. Il colore non viene applicato a una superficie per rivestirla, né utilizzato come attributo decorativo di una forma preesistente. È il colore a produrre la forma, a costruire la profondità, a determinare le distanze, a stabilire i rapporti fra le parti, a dare alla superficie una qualità spaziale. La pittura non rappresenta uno spazio: lo genera.
Questa è una delle ragioni per cui, davanti alle opere di Verna, il termine “colore” sembra presto insufficiente. Il colore, nella sua pittura, è insieme materia, luce, spazio, ritmo, misura, struttura e avvenimento. È qualcosa che accade. Non è mai completamente separabile dal gesto che lo deposita sulla tela, dalla superficie che lo accoglie, dal tempo necessario a costruirlo, dalla percezione di chi lo guarda.
Verna lo ha dichiarato molte volte nei suoi scritti, con una chiarezza che non ha mai cercato di trasformarsi in sistema: si considera pittore perché sente di potersi esprimere attraverso il colore, ma questa dichiarazione non significa affatto che il colore sia per lui un elemento semplicemente privilegiato all’interno della pittura. Il colore coincide con la possibilità stessa che la pittura ha di esistere.

La mostra, grazie a un’attenta selezione di trentanove opere, mette in luce come i diversi periodi della produzione di Claudio Verna non si succedano in modo rigido, ma tendano a richiamarsi, rilanciarsi e collassare l’uno nell’altro, rivelando una profonda coerenza di visione e un dialogo pulsante tra geometria e colore, inteso quest’ultimo come esperienza fisica, sensoriale ed emotiva capace di generare spazio e luce.
L’itinerario prende il via dal 1967, anno che segna l'avvio della celebre stagione analitica dell’artista, con Colonna ambigua, per poi proseguire con una selezione di capolavori degli anni Settanta, come Materia/Emozione (1979), Ottanta e Novanta, tra questi Alpha centauro (1986/86), fino ad approdare alla produzione più recente e contemporanea con lavori quali Campo di segni (2019) ed Esplosivo di lancio (2026).

Nel progetto espositivo, Villa delle Rose non rappresenta un contenitore neutro poiché il rapporto fra le opere e l’ambiente diventa parte dell’esperienza della mostra. La successione dei lavori non è pensata per produrre una narrazione lineare, ma per generare continuità e discontinuità visive. Alcune opere si incontrano per affinità cromatica; altre per contrasto; altre ancora perché una soluzione compositiva elaborata in un decennio sembra trovare una risposta inattesa in un dipinto lontano nel tempo.

L’allestimento diventa così uno strumento critico. Non serve soltanto a ordinare le opere, ma a renderne leggibile la contemporaneità reciproca. Il percorso da un piano all’altro della villa non coincide con una semplice progressione cronologica. È un movimento attraverso diverse intensità della pittura. Il visitatore è invitato a riconoscere non soltanto ciò che cambia, ma ciò che ritorna.

Nel 2026 è uscito il nuovo Claudio Verna. Catalogo ragionato 2010-2025, a cura di Alberto Mugnaini, edito da Dario Cimorelli Editore, Milano.



SCHEDA TECNICA

Mostra
Claudio Verna. La luce è un luogo

A cura di
Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli

Mostra promossa da
Comune di Bologna | Settore Musei Civici | MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna

In collaborazione con
LABS Contemporary Art

Sede
Villa delle Rose
Via Saragozza 228/230, Bologna

Periodo
25 settembre - 25 ottobre 2026

Inaugurazione
Giovedì 24 settembre 2026 ore 17.00

Orari di apertura
Venerdì ore 15.00 - 18.00
Sabato e domenica ore 11.00 - 18.00

Ingresso
Gratuito

Informazioni
Villa delle Rose
Via Saragozza 228/230 | 40135 Bologna
Tel. +39 051 436818 / +39 051 6496611
www.museibologna.it/mambo
infoMAMbo@comune.bologna.it
Facebook: MAMboMuseoArteModernaBologna
Instagram: @mambobologna
YouTube: MAMbo channel

Settore Musei Civici Bologna
www.museibologna.it
Facebook: Musei Civici Bologna
Instagram: @bolognamusei
YouTube: @museicivicibologna

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 


martedì 22 settembre 2026

Materia "lucida e ordinata": Francesco Somaini nel centenario

Testo critico di Beatrice Buscaroli
Galleria Open Art, Prato
26 settembre 2026 - 7 gennaio 2027
Inaugurazione: sabato 26 settembre, ore 17.30





In occasione del centenario della nascita di Francesco Somaini, la Galleria Open Art di Prato presenta, dal 26 settembre 2026 al 7 gennaio 2027, la mostra antologica Materia "lucida e ordinata": Francesco Somaini nel centenario, inserita nel calendario delle iniziative dedicate, nel corso dell'anno, alla celebrazione della figura e del ruolo centrale dell'artista nella storia dell'arte italiana del Novecento.
 
Accompagnata da un testo critico di Beatrice Buscaroli, l'esposizione sarà inaugurata sabato 26 settembre alle ore 17.30.

Attraverso oltre venti sculture selezionate, alcune delle quali di grande formato, affiancate da un nucleo di disegni, il percorso espositivo ripercorre l'intera vicenda creativa di uno dei principali scultori italiani del XX secolo, dai primi anni Cinquanta fino alle ultimissime realizzazioni agli albori del nuovo millennio.

Nato a Lomazzo (CO) nel 1926 e scomparso a Como nel 2005, Somaini si distingue fin dalla giovinezza per l'alto profilo della sua formazione. Agli anni di apprendistato accanto a Pietro Clerici e al filosofo Franco Ciliberti seguono il determinante incontro con Meret Oppenheim e gli studi all'Accademia di Brera, sotto la guida di Giacomo Manzù.

Tra il susseguirsi dei periodi, delle mostre e del confronto con la critica, il percorso dell'artista assume ben presto una dimensione internazionale. Un cammino nel quale l'autore non indulge mai nel compiacimento per la propria maestria tecnica né per l'originalità delle soluzioni formali raggiunte attraverso il gesto plastico; queste diventano invece strumenti di un'indagine sull'energia segreta della materia. A tale energia l'artista conferisce una forma che, pur nella sua natura frantumata e frammentata, restituisce e rende percepibile la tensione delle forze che l'hanno generata.

Somaini "scultore informale"? Certamente, ma non solo.

Sicuramente in Somaini si esercita una costante e inesausta tensione tra natura e artificio, tra scultura e architettura, senso della storia e ricerca di nuove forme capaci di dialogare con lo spazio per dar vita a un'organicità rigorosa. In questa tensione sembra orientarsi il suo percorso a partire dagli anni Cinquanta, alla ricerca di una "scala umana" in grado di giustificare non tanto un esercizio di stile, quanto piuttosto la rilettura di un gesto che ha radici che affondano nella storia, che necessita di una sorta di rifondazione della conoscenza operativa.

La scultura è uno spazio da liberare, senza tuttavia cedere all'allegro disordine del gioco, alla casualità che esalta il gesto, né al formalismo delle operazioni astraenti che cristallizzano la complessità della vita. Perché la scultura è una "lingua viva", dove è l'energia della stessa materia a generare i tempi della relazione con lo spazio. Una lingua dove graffiature, ruggini, screpolature, sono la testimonianza di quell'energia profonda dalla quale l'immagine prende corpo.

La mostra di Prato, frutto di un lungo e accurato lavoro di ricerca, vede la presenza di alcuni capolavori assoluti dell'artista, tra i quali la monumentale Grande Ordàlia del 1963, opera fondamentale nel suo percorso, capace di riassumere e restituire la complessità della sua intera carriera, ma anche il Grande Martirio Piagato (II versione), opera sorella di quella presente al MoMA di New York, dove la forma della croce segna la concentrazione drammatica che sprigiona un'energia primordiale, ma anche i prototipi per i grandi monumenti cittadini realizzati nel corso della carriera come quello di Baltimora o della Piazza dei Marinai d'Italia a Milano. E ancora la grande Memoria dell'Apocalisse II, esposta dapprima presso Odyssia Gallery nel 1964 e successivamente alla GNAM di Roma, oltre a Racconto sul cielo, un'importante opera appartenuta alla collezione Rockfeller.

Il catalogo bilingue, italiano e inglese, curato da Mauro Stefanini con un testo critico di Beatrice Buscaroli, è edito da Masso delle Fate Edizioni, Signa, 2026.

La mostra è aperta al pubblico 

da lunedì a venerdì con orario 14.00-19.30, 

sabato ore 10.30-12.30 e 15.00-19.30, 

chiuso domenica, festivi e 31 dicembre. 

Per informazioni: 

T. +39 0574 538003, galleria@openart.it, www.openart.it.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

TUTTO QUANTO

A cura di Silvia Franceschi

con lavori di
SERENA GIORGI | GIULIO PERFETTI

24-25-26 settembre 2026

Opening: giovedì 24 settembre dalle 17 alle 20

ONOFF - Via Padova, 94 Milano

 


 

 Milano, settembre 2026 – ONOFF, piccolo e vivace spazio in via Padova 94, sotto la direzione artistica di Adriano Pasquali, presenta dal 24 al 26 settembre 2026 Tutto quanto, a cura di Silvia Franceschi.

La mostra è il racconto di cosa ha creato il duo Giorgi & Perfetti nei dieci lunghi anni di collaborazione: creazione di opere, installazioni, partecipazione a mostre e organizzazione di mostre altrui. In mostra: un’installazione visuale di immagini e foto; ritratti, lavori, oggetti di ispirazione e materiale documentale, oltre a una piccola selezione di opere.

Serena Giorgi e Giulio Perfetti, gli artisti dietro al duo, pur portando avanti anche una ricerca individuale, e pur vivendo in due città distanti, Milano e Macerata, non hanno mai smesso di lavorare insieme da quando si sono conosciuti dieci anni fa tramite i social. Da ONOFF hanno individuato il luogo ideale dove celebrare il decimo anniversario della loro collaborazione: un piccolo spazio dove raccogliere tutto quanto, “i nostri dieci anni insieme, tutto quello che abbiamo detto, che non abbiamo detto, tutto quello che ancora abbiamo da dire, tutto quello che non riusciremo a fare”.

 Sembra una contraddizione in termini ma non lo è, grazie al potere dell’arte di espandersi potenzialmente all’infinito. Di trasformare, in luogo di sommare, proprio come accade nel processo creativo del duo artistico. Un processo che parte dal dialogo e dal confronto, sempre rispettoso nei confronti dell’altro. L’altro che ora fa da specchio, ora da complemento finché, d’un tratto, quel fare insieme confluisce in una cosa sola che è ben altro rispetto alla somma di due creatività.

Qualcosa di nuovo e terzo, che può potenzialmente moltiplicarsi all’infinito, come per due cellule fecondate. Se i due artisti non finiscono mai di interrogarsi sul senso della loro ricerca e del fare arte in generale (“cosa si può dire ancora attraverso l’arte, in quale direzione dobbiamo andare?”) la conclusione è contenuta nello stesso loro operare incessantemente per l’arte, propria o altrui, anche quando manifestano un dubbio. Perché, come essi sanno, anche quando può apparire un’inutile e stanca ripetizione di immagini già evocate, l’arte contiene in sé la necessità intrinseca di essere fatta.

Tutto quanto diventa allora non definibile o circoscrivibile. Si espande e non ha fine, al di là delle piccole mura di ONOFF.

La mostra si svolge in un piccolo spazio indipendente di Milano, che organizza mostre ed eventi dal 2018 svolgendo un importante funzione culturale in una vivace zona multietnica sulla nota direttrice che parte da Piazzale Loreto.

L’inaugurazione di giovedì 24 settembre comincerà alle ore 17.00.

 

Lo spazio ONOFF apre nel 2018. Il suo fondatore Fabrizio Fortini lo concepisce come uno spazio d'artista per artisti, aperto alle iniziative culturali più diverse. Le mostre sono brevi, di solito progetti specificamente pensati per ONOFF. Diversi artisti hanno inaugurato la loro prima mostra personale proprio in questo spazio.

Con la propria attività culturale ONOFF mira anche a creare un legame tra gli artisti - non a caso sono spesso proprio questi a proporre nuovi nomi per i progetti successivi – e a farli sentire liberi di esprimersi in uno spazio che, durante le mostre, devono sentire anche un po’ loro.

 


 

 

 INFORMAZIONI MOSTRA

Titolo: Tutto quanto

Artisti: Serena Giorgi|Giulio Perfetti

A cura di: Silvia Franceschi

Luogo: ONOFF (Via Padova, 94 MI)

Direzione artistica:  Adriano Pasquali

Opening: Giovedì 24 settembre dalle 17 alle 20

Durata: dal 24 al 26 settembre 2026

Orari di apertura;  25-26 settembre 2026: venerdì e sabato: 16:00-20:00, a.m. su appuntamento

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

 

lunedì 21 settembre 2026

Atanasio Soldati - Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore

 ATANASIO SOLDATI - FRANCO FONTANA

ESPLORAZIONI TRA FORMA E COLORE

Dall'astrattismo all'avanguardia fotografica 1930-2017

 


La Galleria Gracis è lieta di invitarvi il 6 ottobre 2026, a partire dalle ore 18:00, all’inaugurazione della mostra Atanasio Soldati – Franco Fontana. Esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930–2017, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo&Contemporary di Torino.


La mostra riunisce 13 dipinti di Atanasio Soldati e 22 fotografie di Franco Fontana, recentemente scomparso, in un confronto inedito tra due protagonisti dell’arte italiana, appartenenti a generazioni e linguaggi differenti.

 
Accostando le loro opere emerge una sorprendente affinità di sguardo: la ricerca di un’immagine essenziale, rigorosa e insieme carica di una dimensione metafisica, nella quale forme, geometrie, luce e colore assumono un ruolo centrale.


Un incontro inatteso tra pittura e fotografia, che invita a riscoprire, attraverso il confronto, la forza visionaria di due percorsi solo apparentemente distanti.

 


 

 Galleria Gracis SRL
Piazza Castello 16 
Milano

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

sabato 19 settembre 2026

“HIRPOS. Archetipi, memoria e identità nel territorio di Carife”

Da un idea di Eleonora Picariello
A cura di Enrica Benedetto
Direzione di Pierina De Simone

 



Dal 12 settembre 2026 al 30 marzo 2027 il Museo Civico Archeologico di Carife, in Via Stefano Melina, 24, 83040 Carife (AV) ospiterà una mostra collettva di arte contemporanea curata da Enrica Benedetto.


L’esposizione sarà inaugurata il 12 settembre 2026 dalle ore 10:00 alle 17:00 con un aperitivo alle 12:00 e sarà aperta tutti giorni dalle 9:00 alle 13:00, escluso il lunedì.


La mostra è realizzata con la partecipazione del sindaco Antonio Manzi e dell’assessore alla cultura Raffaella Maiullo, sotto la direzione della Dott.ssa Pierina De Simone, con il patrocinio della regione Campania, della Provincia di Avellino, del Comune di Carife, con il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee - museo Madre.


Il progetto espositivo “HIRPOS. Archetipi, memoria e identità nel territorio di Carife” nasce dall’intento di instaurare un dialogo tra il patrimonio archeologico custodito dal Museo Civico Archeologico di Carife e la ricerca artistica contemporanea, assumendo come nucleo concettuale
la figura del lupo (hirpos in lingua osca), animale simbolico da cui deriva il nome stesso degli Irpini e che, secondo la tradizione antica, guidò il popolo durante la migrazione rituale del Ver Sacrum verso le terre dell’attuale Irpinia. La mostra si propone di indagare la persistenza degli archetipi nella costruzione dell’immaginario collettivo, considerando il lupo non soltanto come elemento identitario locale, ma come figura universale associata al tema della soglia, del passaggio, della guida e della trasformazione.


L’eccezionale patrimonio archeologico del territorio di Carife, caratterizzato dalla presenza di importanti necropoli sannitiche databili tra il IV e il III secolo a.C., costituisce il punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra memoria, rappresentazione e costruzione dell’identità. I corredi funerari rinvenuti nelle tombe testimoniano infatti una concezione complessa del passaggio tra vita e morte e rivelano il bisogno, comune a ogni civiltà, di attribuire forma visibile a ciò che appartiene alla dimensione dell’invisibile.

 



 

In questa prospettiva, la necropoli non viene interpretata esclusivamente come luogo della sepoltura, ma come spazio simbolico in cui una comunità affida alla materia il compito di conservare e trasmettere la memoria dei propri individui, trasformando l’atto funerario in un dispositivo culturale di continuità e appartenenza. La ricerca artistica contemporanea può oggi riattivare tali significati attraverso un linguaggio capace di superare la dimensione illustrativa e documentaria. Le opere in mostra si configurano come immagini di confine, presenze sospese tra apparizione e dissolvenza, che evocano la natura instabile della memoria e la condizione liminale propria di ogni esperienza di trasformazione. In questo contesto la figura del lupo assume il valore di archetipo, inteso secondo la tradizione antropologica e psicologica come forma simbolica primaria capace di attraversare epoche e culture differenti. Il lupo è guida e custode, animale selvatico e insieme fondatore, presenza che accompagna l’essere umano nei momenti di attraversamento e di ridefinizione identitaria.


Attraverso il confronto tra reperti archeologici e opere contemporanee, il progetto intende evidenziare come alcune strutture simboliche continuino a permanere nel tempo, modificando il proprio linguaggio ma conservando una funzione essenziale nella comprensione dell’esperienza umana. Le necropoli di Carife diventano così non soltanto testimonianza di una storia locale, ma manifestazione di una dimensione universale in cui il rapporto con gli antenati, con il territorio e con il mistero della morte contribuisce alla formazione dell’identità individuale e collettiva. La mostra propone pertanto una lettura del patrimonio archeologico come organismo vivo, capace di generare nuove interpretazioni e nuove forme di conoscenza attraverso l’incontro con l’arte contemporanea. In tale prospettiva, HIRPOS si configura come un progetto di valorizzazione culturale volto a rafforzare il legame tra comunità, territorio e memoria storica, offrendo al pubblico un’esperienza che intreccia ricerca archeologica, riflessione antropologica e pratica artistica. Il lupo degli Irpini, figura originaria che secondo il mito indicò la strada verso una nuova terra, diviene metafora di una ricerca ancora attuale: quella che conduce l’uomo verso la comprensione delle proprie radici, delle proprie immagini fondative e delle tracce che il passato continua a lasciare nel presente.
 

Luogo:

 MAC Museo Civico Archeologico di Carife
 

Artisti:
Pietro Antolini
Errico Baldini
Olga Buneeva
Gianluca Capozzi
Ozlem Oguzhan
Eleonora Picariello
Roberta Toscano
Elisa Zadi

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA

venerdì 18 settembre 2026

Chiara Camoni - I fiori del male

A cura di Alice Motard
Con opere di Fantine Andrès, Maria Loboda, Marianne Marić, Vibeke Mascini, Lionel Sabatté, Adrianna Wallis e Yuyan Wang.


9 ottobre 2026 – 26 gennaio 2027
via Gregoriana 40, Roma

Opening: 

venerdì 9 ottobre 2026, dalle 18.00 alle 20.00

 

Chiara Camoni, La Cenere di Montelupo #6, 2017, Terracotta bianca, smalto di cenere, vegetazione secca, Photo credit: Camilla Maria Santini

Società delle Api presenta, dal 9 ottobre 2026 al 26 gennaio 2027, I fiori del male, progetto dedicato al lavoro di Chiara Camoni, a cura di Alice Motard. Seconda esposizione organizzata in via Gregoriana 40 dopo l’apertura al pubblico dello spazio nel febbraio 2026, la mostra prende avvio da un nucleo significativo di opere della collezione di Silvia Fiorucci, che segue il lavoro dell’artista fin dagli esordi.
 
Il progetto isola uno degli elementi ricorrenti nella pratica di Camoni – il fiore, insieme motivo e materia – per interrogarne la natura meno pacificata. Che cosa accade quando smettiamo di considerarlo esclusivamente come simbolo condiviso di vita, delicatezza e bellezza? I fiori del male ne porta alla luce un altro volto: ctonio, criptico, distruttivo, artificiale, spirituale.
 
La mostra non intende negare la dimensione fondamentalmente positiva ed ecofemminista del lavoro di Camoni, radicata nel rispetto per la natura, nei processi manuali e nel fare collettivo, quanto piuttosto complicarla, facendo emergere il suo lato più oscuro, le zone d’ombra e ciò che rimane oltre la cornice. Il riferimento è all’omonima raccolta poetica di Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal, e a un’idea di bellezza che, per usare le parole del poeta, «è sempre bizzarra»: attraversata anche dal sordido, dal desiderio e dalla violenza, da ciò che abitualmente viene rimosso, celato o tenuto a distanza.
 
Il percorso espositivo riunisce una selezione di opere di Chiara Camoni, affiancate da nuove produzioni site-specific. Ad aprire la mostra sono due disegni a matita di gigli, fiori noti per le loro proprietà tossiche, appartenenti a una serie più ampia realizzata dall’artista durante la pandemia. Nel corso del primo lockdown, Camoni inviava ogni giorno l’immagine di uno dei suoi disegni a una cerchia di amici, tra cui Silvia Fiorucci. Di foglio in foglio, il fiore compie una metamorfosi per cui abbandona sempre di più la sua forma originaria, assumendo sembianze di corpi lascivi, organi sessuali, animali, volti e altri segni mimetici, in immagini quasi allucinatorie che riecheggiano i fiori “malati” di Baudelaire.
 
Le diverse sale esplorano altrettante manifestazioni di questa forza sovversiva: il fiore come veleno, come linguaggio, come gioiello, come minaccia o come apparizione. A scandire il percorso sono i versi di Baudelaire, che accompagnano le opere e ne orientano la lettura.
 
In linea con l’attitudine di Camoni ad accogliere altre voci all’interno della propria pratica, la mostra riunisce anche opere di Fantine Andrès, Maria Loboda, Marianne Marić, Vibeke Mascini, Lionel Sabatté, Adrianna Wallis e Yuyan Wang. Pensate come contrappunti, queste presenze ampliano e acuiscono le riflessioni avviate dai lavori di Camoni.
 
Le opere entrano infine in dialogo con gli ambienti storici di via Gregoriana 40: le grottesche rinascimentali che ornano i compartimenti voltati, i soffitti a cassettoni, gli intarsi dei pavimenti in parquet e i marmi presenti nell’edificio.
Tra vegetale, animale e architettonico, I fiori del male costruisce così una lettura non manichea, inquieta e ambigua del lavoro di Chiara Camoni.

La mostra sarà accompagnata da una serie di appuntamenti del Public Program, offrendo ulteriori occasioni di approfondimento sui temi e sulle ricerche affrontati dal progetto espositivo. 

 


 

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

Lorenza Longhi. Villa Delizia

 Lorenza Longhi
Villa Delizia
A cura di Michele Bertolino

19 settembre 2026 – 10 gennaio 2027
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci    
Prato, Viale della Repubblica 277

Opening a entrata gratuita per tutta la cittadinanza:
venerdì 18 settembre 2026, 18.00 - 21.00 + Dj Set fino a mezzanotte

 


Lorenza Longhi. Villa Delizia, Centro Pecci, Prato. Veduta della mostra. Foto: Alessandro Saletta, DSL Studio. Courtesy Centro Pecci, Prato.

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci presenta Lorenza Longhi. Villa Delizia, prima mostra personale di Lorenza Longhi (Lecco, 1991) in un’istituzione italiana. L’opera di Longhi esplora la costruzione del desiderio e la circolazione degli oggetti nella società contemporanea europea e statunitense. La mostra prosegue il focus che il Centro Pecci dedica all’arte italiana con mostre dedicate ad artiste e artisti prominenti nel contesto internazionale e nazionale.
 
L’artista osserva il quotidiano e attraverso beni di consumo – arredi di design, tessuti, passamanerie – smaschera le modalità con cui gli oggetti vengono mostrati e consumati.


Le opere spesso giocano con l’ornamento, il kitsch, il glam, e mettono in scena i codici del gusto collettivo, con l’obiettivo di mostrare le forme del desiderio e, al contempo, renderle ambigue, aprendo uno spazio di consapevolezza. 


Nella sua pratica, Longhi ricorre al fai-da-te: giustappone materiali trovati o utilizza una serigrafia senza matrice, applicando stencil e frammenti di recupero direttamente sulla superficie di stampa. L’artista dà nuova vita ai materiali, includendo nel suo linguaggio errori, incidenti e variazioni impreviste. Il fallimento, così, diventa una presa di distanza dalla retorica dell’efficienza.

 

 Allestita nell’Ala Nio con il sostegno di Cellerese, Villa Delizia, trasforma lo spazio espositivo, intervenendo su alcuni elementi architettonici: Longhi opera sulle finestre circolari del soffitto, traveste i divani storici del Centro Pecci e cita alcune soluzioni allestitive pensate da Formafantasma per la collezione permanente dell’istituzione. Passamanerie, sedute, cuscini, un portale e alcune vetrofanie costruiscono uno spazio avvolgente che modella l’architettura per accogliere le opere, portando in primo piano le strategie di allestimento e il loro ruolo nel condizionare e orientare lo sguardo del pubblico. 
In alcune ampie tele, tutte prodotte per l’occasione, l’artista ha selezionato e accostato tessuti provenienti da manifatture e aziende del territorio pratese, come Cangioli 1859 e Tessilfibre, su cui è intervenuta con stampe serigrafiche e floccature, grazie alla collaborazione con Floccatura Balmar. Sottraendo i materiali alla loro funzione originaria, l’artista compone opere di grande raffinatezza formale, capaci di rendere visibili le dinamiche economiche, simboliche e culturali che attraversano la produzione contemporanea. In questo modo, la ricontestualizzazione diventa uno strumento critico in grado di mettere in luce ciò che normalmente rimane invisibile. 
 
La mostra è accompagnata da un volume, pubblicato da Mousse Publishing. Nel libro, la storica della moda e curatrice Marta Franceschini, la curatrice Alice Motard e lo storico dell’arte Giorgio Motisi, insieme al curatore Michele Bertolino, riflettono con contributi originali sull’opera di Longhi, arricchendone la lettura. Intitolata Opera d’arte nella Villa Delizia, la pubblicazione è pensata dall’artista come un catalogo delle opere esposte.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

LUIGI MASTRANGELO. Io sono Narciso


A cura di Pierpaolo e Gianluca Mangano
testi di Gianluca Mangano
Mangano Galleria d'Arte, Cremona
17 ottobre 2026 - 23 gennaio 2027
Inaugurazione: sabato 17 ottobre, ore 18.00

 


 


Luigi Mastrangelo torna in mostra a Cremona. Mangano Galleria d'Arte ne rilegge il percorso con Io sono Narciso.

Dal 17 ottobre 2026 al 23 gennaio 2027 Mangano Galleria d'Arte di Cremona presenta Io sono Narciso, mostra personale di Luigi Mastrangelo, a cura di Pierpaolo e Gianluca Mangano. L'esposizione segna il ritorno sulla scena artistica contemporanea di uno dei protagonisti della figurazione italiana degli anni Ottanta che, nonostante un periodo lontano dall'attività espositiva, ha continuato a sviluppare con rigore la propria ricerca.

La mostra riunisce importanti dipinti storici e opere raramente esposte o inedite provenienti dall'archivio dell'artista e da collezioni private, accanto a lavori più recenti, offrendo una lettura complessiva di un percorso sviluppatosi nell'arco di oltre quarant'anni e caratterizzato da una notevole continuità di linguaggio e di pensiero.

Più che un'antologica, una rilettura critica dell'opera di Mastrangelo, figura che negli anni Ottanta occupò una posizione autonoma nel panorama della nuova figurazione italiana e che oggi appare di particolare interesse per aver anticipato questioni divenute centrali nel dibattito contemporaneo: la crisi dell'antropocentrismo, la fluidità dell'identità, la contaminazione tra umano e animale.

«Non stiamo recuperando un artista dimenticato», spiega il gallerista e curatore Pierpaolo Mangano. «Stiamo rileggendo un autore che la storia dell'arte italiana non ha ancora collocato nel posto che gli spetta. Oggi Mastrangelo appare persino più contemporaneo di quanto non fosse negli anni Ottanta, perché molte delle sue intuizioni coincidono con le grandi questioni del presente».

Il titolo della mostra deriva dal grande dipinto giovanile Io sono Narciso, presentato nel 1984 allo Studio Cristofori di Bologna in occasione della prima personale dell'artista. «Quest'opera - spiega il curatore Gianluca Mangano - può essere letta come il manifesto dell'intera ricerca di Mastrangelo. Attraverso figure ibride, identità ambigue e riferimenti che spaziano dal mito alla cultura rock, dalla psichedelia all'immaginario postumano, l'artista ha costruito un linguaggio autonomo rispetto alle principali correnti del suo tempo, sviluppando una riflessione originale sul rapporto tra uomo, natura, immagine e trasformazione. Io sono Narciso non rappresenta dunque soltanto una retrospettiva, ma l'occasione per rileggere il lavoro di un artista che ha saputo trasformare il mito in uno strumento di interpretazione del presente, restituendo alla pittura una funzione visionaria, simbolica e profondamente contemporanea».

L'esposizione rappresenta inoltre una nuova tappa nella collaborazione tra Luigi Mastrangelo e Mangano Galleria d'Arte, avviata negli anni Novanta e intensificatasi in tempi recenti attraverso un lavoro di ricerca archivistica, catalogazione delle opere e studio critico, da cui nasce anche il volume Io sono Narciso, primo capitolo di un più ampio progetto dedicato alla valorizzazione dell'opera dell'artista.

Mangano Galleria d'Arte è aperta al pubblico da lunedì a venerdì con orario 16.30-18.30, tutte le mattine, sabato e domenica previo appuntamento, chiuso dal 24 dicembre al 10 gennaio. Per informazioni: T. +39 0372 413333, M. +39 380 6408212, info@manganoarte.it, www.mangano.art.

Nato a Santa Croce di Magliano (Campobasso) nel 1958, Luigi Mastrangelo vive e lavora a Bologna. Esordisce nel 1984 allo Studio Cristofori di Bologna, sviluppando sin dagli inizi una ricerca incentrata sul tema dell'autoritratto, affrontato attraverso una figurazione visionaria nella quale convivono mito, simbolo, cultura pop e immaginario contemporaneo. Accanto alla pittura acrilica, sperimenta il mosaico e la vetrata, allargando progressivamente il proprio lessico espressivo. Negli anni Novanta aderisce alla riflessione teorica sulla Pittura Mediale promossa da Gabriele Perretta ed espone in sedi pubbliche e private in Italia e all'estero, tra cui la Galleria Pio Monti di Roma, L'Ariete arte contemporanea di Bologna, la GAM Galerie d'Art "Rêverie" di Monte Carlo e H2O Art Space di Bologna. Tra le principali rassegne collettive figurano Il Cangiante (P.A.C., Milano, 1986, a cura di Corrado Levi), Spunti di Giovane Arte Italiana (Milano e Madrid, 1987, a cura di Corrado Levi), Icastica (G.A.M., Bologna, 1994, a cura Gabriele Perretta), Officina Italia (G.A.M., Bologna, 1997, a cura di Renato Barilli), Arte italiana - Ultimi quarant'anni - Pittura Iconica (G.A.M., Bologna, 1997, a cura di Dede Auregli e Danilo Eccher), Codici Virtuali (Salara Bologna, a cura di Peter Weiermair e Alice Rubbini, 2000).Dal 2014, pur scegliendo una minore esposizione pubblica, ha proseguito con continuità la propria ricerca, realizzando opere che confermano la coerenza e l'autonomia del suo percorso.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA

giovedì 17 settembre 2026

Rosa - Mostra di Luca Trevisani

 A cura di

Luca Cerizza

Sala Morone – Convento di San Bernardino, Verona
9 – 22 ottobre 2026

  

Luca Trevisani, Rosa (Daniel Day Lewis, 2021, Pane stabilizzato, legno, 25 x 31 x 25 cm) Sala Morone, Convento di San Bernardino, 2026

 

 

Nell’ambito della 21^ edizione di ArtVerona, la Sala Morone del Convento di San Bernardino ospita Rosa, una mostra personale di Luca Trevisani, a cura di Luca Cerizza.

 

Il progetto riunisce più di venti opere realizzate negli ultimi vent’anni circa di produzione dell’artista, all’interno di un contesto caratterizzato dalla presenza degli affreschi realizzati dal pittore rinascimentale Domenico Morone con il figlio Francesco (tra il 1494 e il 1503).

 

Il progetto espositivo si concentra su un lungo plinto dipinto di rosa che attraversa la stanza. Quasi un campionario di diversi materiali, tecniche e forme, le opere selezionate si concentrano su alcuni dei temi ricorrenti del lavoro di Trevisani: “il mondo sensibile come organismo vivo, la storia come stratificazione di gesti e la fragilità come forma di conoscenza”, come sostiene lo stesso artista.

 

Senza relazionarsi fisicamente, la mostra si confronta con la parata dei corpi dei santi che occupano tutto il perimetro della stanza. In un dialogo immaginario e ideale, le opere di Trevisani interrogano laicamente il rapporto tra umano e materia, tra presenza e metamorfosi. Un nuovo lavoro sonoro funzionerà inoltre come un ritratto astratto di questo luogo, attraverso una restituzione acustica della geolocalizzazione.

 

Mentre sembra assumere una varietà di ruoli (l’antropologo, l’archeologo, il chimico, il cuoco), la pratica di Trevisani conduce quelli che appaiono come esperimenti di laboratorio. Adottando tecniche e “artifici” come calchi, impronte, manipolazioni, dissezioni, l’artista vuole rimettere in scena una serie di processi naturali. Attraverso queste esperienze sempre diverse, mira a una nuova conoscenza dei rapporti cultura e natura, tra umano e non umano.

 

Fedele a un’idea di arte – e in particolare di scultura – come processo, le sue opere mettono in scena materiali instabili e sensibili al contesto – urina, piante, pane, ruggine, ossa animali – che registrano il tempo sulla propria superficie tramite dei passaggi di stato della materia. In questo “gabinetto di curiosità” di forme metamorfiche, di curiosi ibridi, la mostra celebra l’arte non come un oggetto definitivo, ma come una forma aperta, in continuo divenire.

 

Biografia


Luca Trevisani (1979, Verona), è un artista visivo. La sua ricerca spazia tra scultura e video, e attraversa discipline di confine come le arti performative, la grafica, il design, il cinema sperimentale e l'architettura, in una perpetua condizione magnetica e mutante. Nelle sue opere le caratteristiche storiche della scultura sono messe in discussione o addirittura sovvertite, in un'incessante indagine sulla materia e sulle sue narrazioni. La pratica di Luca Trevisani si muove attraverso la metamorfosi. Ciò che appare come una disintegrazione può essere solo un cambiamento di percezione, la formazione di un nuovo modello, uno spazio per una connessione inaspettata.
Le sue opere sono state esposte a livello internazionale in musei e istituzioni, tra questi: Biennale di Sydney, Manifesta 7, Biennale di Architettura di Venezia, Museum of Contemporary Art Tokyo, Kunsthalle Wien, Kunstverein Braunschweig, ZKM Karlsruhe, Magasin, Grenoble, MAXXI Roma, Museo del Novecento, Milano, GAM, Torino.


Orari mostra: venerdì 9 ottobre, 9:00 – 12:00 e 18:00 – 22; sabato 10 e domenica 11 ottobre, 9:00 – 12:00 e 18:00 – 21:00. Dal 12 al 22 ottobre, 10:00 – 12:00 e 15:30 – 18:00.

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

BENJAMIN JONES - True Reality

A cura di Gabriella Rebello Kolandra
 
18 settembre – 18 ottobre 2026

 

True Reality, (ritratto) Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio

 Dal 18 settembre al 18 ottobre 2026, gli spazi della Villa di Fondazione Elpis ospitano True Reality, prima mostra istituzionale in Italia di Benjamin Jones, a cura di Gabriella Rebello Kolandra. Attraverso una selezione di lavori nuovi e già esposti, il progetto indaga il nostro rapporto con il reale a partire dalla fotografia. Come una bugia raccontata con troppi dettagli, la fotografia ricostruisce una realtà stratificata di significati, che si rinnova ogni volta che l’immagine entra in relazione con lo sguardo.
 
La mostra presenta una panoramica dell’ampia indagine condotta dall’artista britannico all’interno di musei di storia naturale e giardini botanici europei, luoghi deputati alla conservazione, classificazione e produzione di specifiche forme di sapere. In questi ambienti, il mondo naturale viene sottratto al proprio contesto e sottoposto a sistemi di esposizione, catalogazione e rappresentazione. Muovendosi tra immagini figurative e sperimentazione analogica, con scatti per lo più in bianco e nero, Jones interviene all’interno di queste realtà già costruite, utilizzando la fotografia come un’ulteriore forma di traduzione e restituzione dell’oggetto osservato.
 
La riflessione di Jones si concentra così sul modo in cui il mondo naturale, sottratto al proprio contesto e sottoposto a esposizione e rappresentazione, esiste al contempo come la cosa stessa e come un’immagine di sé. La fotografia diventa un ulteriore dispositivo attraverso cui osservare, tradurre e restituire ciò che abbiamo davanti agli occhi, mettendo in discussione il rapporto tra realtà, rappresentazione e percezione.

 

True Reality, Installation view, Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio

 

 

 Le opere in mostra
Il percorso espositivo restituisce alcuni dei principali nuclei della ricerca di Benjamin Jones. In The World in Your Head, realizzata nella serra del Burggarten a Graz, in Austria, l’artista scompone la visione attraverso fotografie di grande formato e differenti piani focali, mettendo in relazione il funzionamento dell’obiettivo con il movimento dell’occhio. Nelle immagini in 35 mm, caratterizzate da una grana marcata, i dettagli vengono isolati dalle scene più ampie di cui fanno parte, mentre la risoluzione limitata dei diorami fotografati riduce le informazioni visive necessarie a riconoscerne l’artificio. La fotografia diventa così uno strumento per mettere in discussione ciò che consideriamo reale e il modo in cui impariamo a riconoscerlo.
 
A questa riflessione si affiancano opere dedicate al regno animale e vegetale, tra cui Above, Below e Leaping, che proseguono l’indagine dell’artista sul rapporto tra il mondo naturale e le forme attraverso cui viene osservato, organizzato e restituito per mezzo dell’immagine.
 
Pur mantenendo il carattere di mostra personale, True Reality si apre al confronto con due contributi di Linda Fregni Nagler e Stefano Graziani, entrambe le opere stampate per la prima volta in occasione della mostra. Partendo da prospettive differenti, ma condividendo con Jones una concezione della fotografia come pratica critica capace di generare una pluralità di significati e rappresentazioni, i lavori dei due artisti introducono nel progetto ulteriori chiavi di lettura.

 

True Reality, Installation view, Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco - Altopiano Studio



 
La ricerca di Linda Fregni Nagler considera la fotografia come oggetto culturale e storico, soffermandosi sul ruolo dell’archivio e sulla circolazione delle immagini. Attraverso pratiche di raccolta, selezione e ricontestualizzazione, l’artista riflette sulle convenzioni attraverso cui la storia della fotografia e della cultura visiva vengono costruite e trasmesse. In American Museum of Natural History (2026), l’immagine della costruzione di un diorama rivela il processo attraverso cui la natura viene trasformata in una scena, mostrando simultaneamente il dispositivo della rappresentazione e la costruzione di uno sguardo sul mondo naturale. Il diorama, tecnica sviluppatasi nel XIX secolo e spesso associata agli sforzi coloniali volti a catturare ed estetizzare i cosiddetti territori “inesplorati”, introduce il tema della rappresentazione presente nel suo lavoro.
 
La pratica di Stefano Graziani si concentra invece attorno alla fotografia come strumento di osservazione e costruzione del visibile. Il suo lavoro esplora il modo in cui oggetti, architetture, opere e dispositivi espositivi vengono organizzati nello spazio e restituiti dallo sguardo fotografico, spesso portando in primo piano i processi di selezione e mediazione che ogni immagine inevitabilmente incorpora. In Natura morta: Aligning Shadows of Three or More Oranges (2026), parte di una serie più ampia di immagini di Stefano Graziani i cui titoli fanno riferimento alla tradizione pittorica, Graziani costruisce immagini a partire dagli oggetti che sceglie di osservare e mettere in relazione, mediando tra la loro presenza e le sue scelte. Si tratta dell’unica immagine a colori presentata in mostra. Nelle sue nature morte i soggetti passano in secondo piano, mentre emerge la costruzione dell’immagine come spazio di sperimentazione, rendendo percepibile il carattere costruito tanto dall’immagine quanto dal mondo che questa sembra descrivere.
 
La mostra porta al centro il rapporto tra ciò che vediamo e il modo in cui impariamo a riconoscerlo, mostrando come ogni immagine possa diventare uno spazio in cui realtà e rappresentazione si incontrano e si trasformano.

 

BIOGRAFIA ARTISTA
Benjamin Jones (Reading, UK, 1994) ha studiato alla Bath School of Art and Design e attualmente vive e lavora a Londra. Tra le mostre recenti: Odd Sympathy, Santi, (Londra, 2026); One Particle of an Inch (Lisbona 2025); To Live Inside a Second, Una Boccata d’Arte (Pieve Tesino, 2023); The Actual Life of a Thought (solo), LOOM Gallery, Milano (IT, 2023); A Section of a Living Circle, Galerie Heimat, (Saint-Rémy-de-Provence, 2023); Between Our Sense of Then and of Today (solo), Michael Pennie Gallery, Bath (UK, 2022); Post No Bills (doppia personale con Stephan Keppel), The Koppel Project Hive, Londra (UK, 2022); Residency 4: Benjamin Jones and Ilektra Maipa, Gonzo Unit, Salonicco (GR, 2022); Passive Aggressive (doppia personale con Robert Luzar), 36 Gallery, Newcastle (UK, 2021); Something, Like Nothing, Happens Anywhere (solo), Camera Austria, Graz (AT, 2021); 4 frogs, DUM Project Space, Ljubljana (SI, 2021); Analogue Processes (solo), Antonini, Milano (IT, 2020); Glashaus (doppia personale con Alexandra Gschiel), Schaumbad - Freies Atelierhaus, Graz (AT, 2019). Nel 2016 e 2017 è stato graduate fellow presso Spike Island, Bristol, e il suo lavoro è stato pubblicato su Photomonitor, Tall Poppy Press, Camera Austria e altre riviste d’arte.

 


 

 INFORMAZIONI AL PUBBLICO
BENJAMIN JONES

True Reality
a cura di Gabriella Rebello Kolandra
18 settembre – 18 ottobre 2026
 
Fondazione Elpis
Villa
Via Orti 25, Milano

Orari di apertura
giovedì – domenica: 12:00 – 19:00
ultimo ingresso ore 18:40

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA 

"PAOLO MASI 93"

A cura di Sergio Risaliti
18 settembre – 12 novembre 2026
inaugurazione 

venerdì 18 settembre 2026, ore 18:00
Frittelli arte contemporanea 

 via Val di Marina 15, Firenze


Frittelli arte contemporanea è lieta di annunciare Paolo Masi 93, 

mostra a cura di Sergio Risaliti, 

dedicata a Paolo

 

Masi (Firenze, 1933–2026), scomparso lo scorso 6 maggio, a pochi giorni dal compimento dei 93 anni.
La mostra nasce come omaggio a una delle figure più originali e radicali dell’arte contemporanea italiana del secondo.
 

Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio. Attraverso una selezione di opere che attraversa oltre sessant’anni di ricerca, Paolo Masi 93 intende restituire la complessità di un percorso artistico continuamente aperto alla sperimentazione, nel quale pittura, materia, struttura, spazio e percezione si confrontano senza soluzione di continuità.

 
Una ricerca che ha avuto in Firenze il proprio punto di partenza e un costante riferimento, ma che ha saputo oltrepassare i confini della scena locale, affermandosi nel più ampio contesto dell’arte italiana e internazionale.

 
«Nel corso della sua lunga carriera, Masi si è affermato sempre con un rigore e una radicalità di artista modernista indiscusso. E questo ne fa un esempio per tanti artisti delle nuove generazioni», sottolinea il curatore Sergio Risaliti, mettendo in evidenza una caratteristica essenziale della sua ricerca: la capacità di conservare, nel tempo, una straordinaria tensione verso la sperimentazione.
Il percorso espositivo segue idealmente le diverse stagioni della ricerca di Masi, evidenziando non tanto una successione di fasi rigidamente separate, quanto la continuità di un'indagine che ha costantemente rimesso in discussione i codici e i materiali della pittura.

 
Dagli anni Sessanta agli anni Settanta: la crisi della superficie pittorica e la materia

 
Gli anni Sessanta sono rappresentati dai lavori informali, caratterizzati da una pittura pulsante e fisica, attraversata da ferite, lacerazioni, macchie e filamenti di colore. Man mano Masi sviluppa una ricerca di carattere strutturale, nella quale composizioni ricche di linee, tratti, ripetizioni e tensioni meccanico-tecnologiche restituiscono l'immagine di uno spazio in profonda crisi, carico di valenze simboliche.

 
Negli anni Settanta la pittura si apre progressivamente alla sperimentazione di materiali e dispositivi estranei alla tradizione pittorica: fili, plexiglas, specchi, barre di alluminio, cartoni e altri materiali industriali diventano strumenti per mettere in discussione la superficie e ridefinire il rapporto dell'opera con lo spazio. Sono gli anni di installazioni come Linee luce ad angoli di rifrazione e opere come i suoi celebri Cartoni, nelle quali la materia non costituisce più semplicemente il supporto dell'immagine, ma diventa essa stessa elemento costruttivo e percettivo.

 
Di particolare rilievo è Rilevamenti esterni-conferme interne. La proprietà dei linguaggi, il polittico di 94 elementi presentato alla Biennale di Venezia del 1978. L'opera mette in relazione differenti trattamenti della superficie: nella parte superiore tavole lavorate con malte, calcine, sabbia e colore; in quella inferiore tavole rivestite da spaghi di diversa consistenza e dimensione. Un lavoro emblematico della volontà di Masi di interrogare i confini stessi del linguaggio dell'arte.

 
Gli anni Ottanta: la pittura come esperienza del mondo
Negli anni Ottanta Masi torna a confrontarsi direttamente con la pittura e con il gesto del pennello, lavorando su grandi tele e carte attraverso una particolare forma di dripping controllato. Il gesto, pur mantenendo una componente di casualità, viene sottoposto a una precisa disciplina compositiva.


Le superfici diventano così il luogo di una relazione tra interno ed esterno, tra natura e artificio, tra esperienza percettiva e contemporaneità tecnologica. Questa stagione della ricerca è documentata anche dalle grandi tele presentate nella personale del 1985 alla Sala d'Arme di Palazzo Vecchio a Firenze.
 

Gli anni Novanta: dal quadro allo spazio alla percezione emotiva
Negli anni Novanta la ricerca di Masi si amplia ulteriormente. Materia e colore continuano a essere strumenti fondamentali, ma l'opera diviene sempre più un dispositivo capace di coinvolgere lo spazio e modificare la posizione percettiva dello spettatore.
In lavori come Contenitori di forma colore, la superficie non è più un limite, ma un campo aperto nel quale l'osservatore è invitato a cambiare punto di vista, distanza e modalità di fruizione.
È in questo clima di sperimentazione che si colloca anche Dal colore della vita al nero dell'assenza, opera dedicata al tema della pena di morte, presentata nel 2000 alla mostra Contro la pena di morte, curata da Lara-Vinca Masini e Sergio Risaliti alla Fortezza da Basso di Firenze. 

Nel polittico la progressiva trasformazione del colore in una superficie sempre più scura diventa una potente metafora della cancellazione dell'esistenza (dal colore inteso come presenza e vitalità al nero come immagine dell'assenza definitiva), che porta ad un coinvolgimento emotivo e ad una riflessione sulla necessità di comprendere meglio il nostro passato per potersi proiettare nel futuro.

 
Gli anni Duemila: le nuove possibilità della materia e del gesto
A partire dagli anni Duemila, Masi torna a sperimentare materiali già centrali nella sua ricerca degli anni Settanta, in particolare plexiglas e cartone, sottoponendoli però a nuove possibilità formali e percettive.

 
Le Trasparenze utilizzano la natura stessa del plexiglas per instaurare un continuo passaggio tra superficie e profondità, tra dimensione fisica e immateriale. La trasparenza diventa così uno strumento per mettere in crisi la percezione dell'oggetto e per costruire una relazione mobile tra opera, luce e ambiente.
Anche il cartone viene nuovamente indagato attraverso il colore e il segno. La superficie, apparentemente povera e quotidiana, si trasforma in un campo di stratificazioni nel quale il gesto dell'artista continua incessantemente a produrre nuove possibilità di lettura.
È proprio questa capacità di ritornare sui materiali, sui gesti e sulle questioni della pittura per ogni volta
reinventarli a caratterizzare la lunga ricerca di Masi. Un'attitudine che spiega anche la definizione data da Sergio Risaliti di Masi come artista “più giovane”, non per ragioni anagrafiche, ma per quella capacità di mantenere intatta la disponibilità alla ricerca, al rischio e alla sperimentazione.
Paolo Masi 93 è quindi una mostra che guarda alla storia senza trasformarla in memoria conclusa. Perché nella ricerca di Masi ciò che rimane più attuale è proprio l' incessante necessità di mettere in discussione ciò che sembra acquisito: il quadro, la superficie, il materiale, lo spazio, lo sguardo.
Nel corso della mostra sarà inoltre organizzato un incontro pubblico con critici e storici dell'arte che hanno seguito il lavoro di Masi nel corso della sua lunga carriera, insieme a studiosi delle generazioni più recenti impegnati nella rilettura della sua opera. Un momento di confronto e approfondimento volto a restituire la complessità di una ricerca ancora capace di interrogare il presente e di offrire nuove chiavi di lettura alle generazioni future.
Segnaliamo inoltre l'omaggio che il Comune di Civitella in Val di Chiana realizzerà il 26 settembre - nell'ambito della rassegna (S)Oggettivamente - in collaborazione con la famiglia e la nostra galleria, in ricordo dell'artista. Un luogo caro a Masi, che l'aveva scelta come rifugio per il pensiero e per aprire la mente a nuove visioni.
Infine, un ringraziamento particolare alla famiglia Masi, a cui siamo legati da un sincero affetto e con la quale ci siamo impegnati a mantenere viva la memoria e a contribuire alla conservazione e alla diffusione dell'eredità artistica di Paolo.


 

 Frittelli arte contemporanea
via val di Marina 15,

 Firenze

 

COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA