È uscito il provocatorio visual album ellittico
e componibile della fotografa
e artista Lulù Withheld
per TO DIE ON ICE, la band italiana che ha unito
doom jazz e Twin Peaks, tra Roma e la Norvegia
Le logiche da grande distribuzione organizzata dell’industria discografica post sconquasso social network (?) impongono dinamiche standard di promozione quali la produzione quasi obbligata di videoclip svuotati di significato da associare a singoli, che richiedono una lubrificata componente visiva per rientrare agevolmente nella catena di una fruizione invasa dall’epidemia di presunte autodiagnosi di ADHD.
Doveva essere una rivoluzione.
E invece, sotto la superficie, è stata una restaurazione dal sapore gattopardesco. La riflessione su questo complesso e mutevole rapporto tra espressioni sensoriali e percezione ha innescato l’ideazione della glaciale e ipnotica costola visual del progetto PANORAMICA DEGLI ABISSI, tridimensionale album della band bolognese TO DIE ON ICE uscito per la romana Subsound Records e per la norvegese Gymnocal Industries.
Giusto per fornire un minimo contesto, il disco è una narrazione alternativa dell’omonimo racconto originale, manipolazione visivo-letteraria della stessa materia, scritto da Filippo Dionisi, illustrato da Vitt Moretta e pubblicato dalla casa editrice indipendente palermitana Fantasma.
Non è una colonna sonora. È una cosa diversa. Letteralmente.
È come bere da un bicchiere che si prende da un quadro che riproduce un bicchiere.
Legato per un filo sottilissimo al racconto (spoiler: un’esibizione di pattinaggio vista di sfuggita durante uno zapping), il visual album è ottenuto incastrando in tanti modi diversi quante sono le tracce un numero più o meno prestabilito e più o meno immutabile di frammenti, in modo da trasmettere l’impressione di qualcosa che si ripete nella sua impercettibile diversità, esaltata dall’accostamento a un brano differente. Quindi, a un differente ritmo. Quindi, a un differente battito. Quindi, a una differente interpretazione dell’occhio e dello stomaco.
In un certo senso, è un video che non chiede di essere visto ma di essere sentito, crogiolandosi nel proprio programmatico intento di respingere e allo stesso tempo incatenare lo sguardo con il medesimo stratagemma dell’apparente ripetizione.
A favorire tale perverso meccanismo, la grammatica dello sport, tutto sommato limitata a un campionario definito di gesti che diventano unici a seconda dell’esecuzione dell’atleta. A ben vedere, c’è anche una sorta di circostante trama pop, che però è lasciata allo spettatore, rivestito di una responsabilità di cui generalmente viene scaricato. Così si rilassa, poverino. Qui no.
In un certo senso, siamo di fronte a un elogio della difficoltà, una chiamata all’impegno, un invito alla fantasia. La pattinatrice entra in pista con escoriazioni sul viso e una lama sporca di sangue. Tutto quello che sappiamo è che ripete il suo esercizio potenzialmente all’infinito. Che lo faccia sul serio, dentro la sua testa o in un girone infernale, è un segreto che solo il ghiaccio conosce.
Girato in una mezza giornata al Palazzo del ghiaccio di Fanano e montato in mesi di ribaltamenti e rivoluzioni sequenziali a Bologna, il visual album sviluppa un dettaglio insignificante della storia di cui sopra per produrre un esperimento di montaggio combinatorio sul rapporto tra musica e immagini.
Cosa che in effetti non è, vista anche la non digeribilissima durata. Potremmo definirlo un inganno, ma anche una sorta di Settimana Enigmistica trasformata in sport estremo.
Se non fosse che a un certo punto, succede qualcosa di strano.
In qualche modo sedotto e annientato da ciò che stai vedendo, smetti di guardare e inizi solo ad ascoltare.
Non è esattamente ciò che fa la musica?
Performer: Greta Ranieri
Directed by Lulù Withheld
Concept: Filippo Dionisi
Director of Photography: Edoardo Podo
Camera On Rink/Drone: Edoardo Ianniello Camera 2/
Editing: Alessandro Vitali
Color: Lulù Withheld
Production Director/Makeup: Carlotta Pircher
Year: 2025 - Ratio: 16:9/4:3 - Dur: 43’40’’
COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA
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